La mafia di ieri vent’anni dopo| I boss liberi e l’ombra dei padrini

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16 Maggio 2017, 06:06

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PALERMO – Bisogna riavvolgere il nastro della storia. L’allarme scarcerazioni, lanciato per ultimo dal questore di Palermo Renato Cortese, obbliga a guardasi indietro. In certi casi fino a vent’anni fa.

Grande Mandamento, Gotha, Perseo, Paesan Blues, Hybrys: sono i nomi di alcune delle principali operazioni antimafia che vanno dal 2005 al 2011. Una grossa fetta degli arrestati di allora ha finito di scontare la pena. E altri li seguiranno a ruota. Da Porta Nuova a Santa Maria di Gesù, passando per Resuttana e la provincia: le scarcerazioni riguardano tutti i mandamenti mafiosi.

I boss nel passato hanno dato prova di quanto sia difficile, se non impossibile, rieducare i mafiosi. Con una puntualità sconfortante tornano ad occuparsi di affari sporchi. C’è da sperare che le cose, almeno stavolta, vadano diversamente.

Intanto si registra la scarcerazione di pezzi grossi di Cosa nostra. Il più anziano è Pino Scaduto, un tempo capo mandamento di Bagheria. Le sue prime impronte criminali risalgono agli anni Novanta quando si occupava di estorsioni nella stagione in cui la cosca bagherese garantiva protezione e assistenza a Bernardo Provenzano. Scaduto aveva finito di scontare una condanna nel 2007. Un anno dopo era già di nuovo in cella. È a lui che si erano rivolti i mafiosi palermitani che volevano rifondare Cosa nostra, convocando la commissione provinciale che non si riuniva dall’arresto di Totò Riina. Il blitz Perseo stoppò il tentativo.

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Pochi mesi fa Scaduto, quando aveva già finito di scontare la pena al processo Perseo, si è visto assolvere dalle ipotesi di estorsione che lo tenevano in carcere. È passato, in pochi secondi, giusto il tempo della lettura del dispositivo d’appello, dal 41 bis alla libertà.

Ha avuto il tempo di metabolizzare il gusto della scarcerazione anticipata Giulio Caporrimo, boss di San Lorenzo. I suoi legali hanno ottenuto che l’ultima condanna a dieci anni venisse cumulata, e quindi detratta, da una precedente sentenza. E cioè quella che aveva finito di scontare nel 2010, pochi mesi prima di tornare libero e riprendersi il potere che gli spettava. Fu la consacrazione per l’uomo che aveva mostrato fedeltà ai Lo Piccolo e che in carcere si era guadagnato il rispetto dei mafiosi trapanesi e di quelli corleonesi. In cella il rispetto si misura anche con l’invito a condividere il cibo che qualcun altro ha cucinato. Specie se ai fornelli c’è un membro della famiglia Griffazzi, imparentati con Totò Riina. A proposito, le microspie hanno svelato che su Giovanni Grizzaffi, nipote di Totò u curtu, e prossimo alla scarcerazione, ripongono le speranze i nostalgici della mafia corleonese.

Caporrimo è libero dopo avere tentato di serrare i ranghi nella Cosa nostra palermitana malconcia per via degli arresti. Liberi sono pure, per fine pena e decorrenza dei termini di custodia cautelare i fratelli Gregorio e Tommaso Di Giovanni, finiti in carcere rispettivamente nel 2010 e 2011. I mesi che precedettero gli arresti furono particolarmente movimentati. I boss si davano appuntamento in alcuni conosciuti ristoranti della città per non dare nell’occhio. Tommaso Di Giovanni e Giulio Caporrimo erano seduti allo stesso tavolo nel giugno 2011 quando a conoscenza del secondo, a dimostrazione della sua superiorità gerarchia, fu messa la riorganizzazione del clan di Porta Nuova. Tommaso Di Giovanni aveva ricevuto il testimone dal fratello e dallo zio, Calogero Lo Presti, costretto a defilarsi quando trovò una microspia nella stalla dove convocava i picciotti.

Ora sono tutti liberi: Caporrimo, Di Giovanni e pure Nicola Milano, altro nome che conta a Porta Nuova. Così come Antonino Messicati Vitale che alla tavolata del giugno 2011 avrebbe partecipato in rappresentanza del clan di Villabate. Le scarcerazioni preoccupano. Di recente è stato Cortese a parlarne. Mesi fa era toccato al procuratore di Palermo Francesco Lo Voi.

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16 Maggio 2017, 06:06

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