“Marchionne deve fidarsi di noi”

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29 Giugno 2009, 19:07

4 min di lettura

Di Enrico Marro (da www.corriere.it)

Al termine di una lun­ga conversazione sul­la Fiat, Guglielmo Epifani prova a sintetizzare così il messaggio che man­da al gruppo automobilisti­co e al suo amministratore delegato, Sergio Marchion­ne: “La Fiat abbia relazioni più strette col sindacato — dice il segretario generale della Cgil —. Se si crea un maggior clima di fiducia, è più facile governare una si­tuazione che presenta delle evidenti contraddizioni. Chiediamo quindi all’azien­da di puntare a un rapporto positivo con noi. Di provare a costruire insieme le solu­zioni. Qui non c’è un sinda­cato che vuol mettersi con­tro, ma una Cgil che sempli­cemente pone i problemi delle persone, dei lavorato­ri”.

Quali sono queste con­traddizioni evidenti?
“La Fiat da un lato chiede a una parte dei dipendenti di fare gli straordinari, per­ché alcuni modelli tirano, e dall’altro mette altri lavora­tori in cassa integrazione o, peggio, pensa di chiudere stabilimenti come quello di Imola della Cnh, mandan­do a casa 500 lavoratori, e di­ce che non farà più auto a Termini Imerese. Per gesti­re tutto questo non puoi fa­re a meno di un rapporto in­tenso col sindacato”.

Ma lei non vantava rela­zioni positive con Mar­chionne, quasi un rappor­to privilegiato?
“Marchionne arrivò in un momento molto difficile per la Fiat. Si parlava di na­zionalizzazione dell’azien­da. Adesso invece sta addi­rittura aumentando le ven­dite di auto in Germania. Il ruolo di Marchionne è stato determinante. Ho sempre detto che si tratta di un ma­nager molto abile e capace di vedere lungo. Ma ora tra l’immagine che ha la Fiat e la sostanza delle cose si può aprire un problema”.

Sta dicendo che Mar­chionne è stato sopravvalu­tato?
“No. Voglio dire che c’è uno scarto tra l’idea, costrui­ta grazie all’attivismo di Marchionne, di una Fiat molto dinamica, che sfrutta tutte le occasioni per ingran­dirsi in un mercato difficile, e la gestione dei problemi quotidiani. Vedo una gran­de disattenzione sugli inse­diamenti produttivi italiani e una grande incertezza del management nel gestire le relazioni sindacali. Questo può aprire un problema”.

Quale?
“Che invece di gestire in­sieme la crisi, cosa che vor­remmo fare, si aprano con­flitti su conflitti in uno sce­nario dove i posti di lavoro a rischio tra diretti e indiretti sono 10 mila”.

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Ma la Cgil prende atto della crisi e del fatto che questa può causare tagli?
“Lo sappiamo benissimo che c’è una caduta genera­lizzata del mercato dell’au­to e quindi dei volumi pro­dotti. Ma sappiamo anche che questa è una crisi da do­manda. E quindi che senso ha preordinare oggi la chiu­sura o il ridimensionamen­to di stabilimenti, se invece si può utilizzare la cassa in­tegrazione in attesa della ri­presa che dovrà arrivare?”.

Il fatto è che la Fiat po­ne un problema più gene­rale di ristrutturazione della rete produttiva italia­na, fatta forse di troppi sta­bilimenti, alcuni dei quali poco efficienti.
“La stessa Fiat ha fatto un importante investimen­to, prima della crisi, per ri­lanciare Pomigliano, ma poi non punta su questo stabilimento, dove tra l’al­tro potrebbero essere pro­dotti una parte dei modelli di fascia alta e media che sono quelli che danno i maggiori margini di guada­gno. Bisogna insomma pen­sare a nuovi modelli per gli stabilimenti italiani. E con­tinuare così a far vivere Po­migliano, Termini Imerese e tutti gli altri siti produtti­vi. Se invece si resta ancora­ti a una Fiat che fa bene so­lo le piccole cilindrate e per di più le produce al­l’estero e chiaro che le cose si complicano. Per non par­lare dell’indotto”.

Parliamone.
“La Fiat deve esser più at­tenta a pagare i fornitori. Ho tanti segnali che mi di­cono che la Fiat li paga con eccessivo ritardo. Molte aziende sono già in difficol­tà e rischiano di chiudere”.

Non crede che nuove prospettive possano veni­redall’operazione ameri­cana con la Chrysler?
“Bisogna vedere come andrà avanti il processo di integrazione. Mi chiedo pe­rò se questa girandola di al­leanze con mezzo mondo non abbia portato la Fiat a trascurare l’innovazione in­terna. Vedo insomma un gruppo a due velocità. Mol­to dinamico sul piano inter­nazionale e su quello finan­ziario, il che del resto corri­sponde alla formazione di Marchionne, ma molto me­no attento all’ampliamen­to dell’offerta da produrre in Italia e ai rapporti con i lavoratori. Eppure la lezio­ne tedesca subita sul fronte Opel dovrebbe aver inse­gnato loro che il sindacato è una cosa importante”.

In Germania, dove sta nei consigli di sorveglian­za. In Italia probabilmen­te meno, visto tra l’altro che la Cgil si è sempre op­posta ai modelli di parteci­pazione dei lavoratori al­l’impresa.
“Non siamo contrari né lo siamo stati nel passato a forme di partecipazione, ma devo dire che da questo punto di vista più che di una diversa cultura del sin­dacato c’è bisogno che ma­turi una diversa cultura del­l’impresa”.

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29 Giugno 2009, 19:07

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