Cronaca

Monforte, figlio del boss di Biancavilla: dall’estorsione al ruolo nel clan

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07 Gennaio 2021, 19:42

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BIANCAVILLA – Fino al 2016 era incensurato. Anche se con un padre che si chiama Alfio Ambrogio Monforte, esponente del clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello, l’occhio delle forze dell’ordine lo si ha sempre addosso a Biancavilla. Poi però è arrivata la denuncia del titolare di una ditta di pompe funebri, oggi testimone di giustizia, e il giovane Enzo Monforte è finito dietro le sbarre. Un’indagine quella dei carabinieri (denominata Onda d’Urto) che lo ha portato alla condanna in appello per estorsione aggravata. Il prossimo mese c’è l’ultimo scoglio in Cassazione.

Ma il nome di Monforte entra in un’altra inchiesta, molto complessa, della Dda etnea e della Squadra Mobile di Catania – chiamata Città Blindata – che porta all’azzeramento del clan di Biancavilla, legato a Cosa nostra. Intercettazioni e verbali di pentiti incastrano Vincenzo Monforte che al termine del processo abbreviato è condannato a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa. Ma il 34enne ha affrontato l’udienza preliminare a piede libero. Ma quando arrivano le motivazioni della sentenza, i pm chiedono alla Gip Simona Ragazzi di emettere un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Monforte. Che è stata accolta. Ed infatti il 5 gennaio 2021 i carabinieri lo hanno condotto nel carcere di Bicocca.

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Nelle sette pagine del provvedimento – già impugnato davanti al Riesame dall’avvocato Rosario Pennisi – la gip argomenta dal punto di vista tecnico-giuridico e anche probatorio la fondatezza delle esigenze cautelari. La giudice elenca la mole di intercettazioni portati all’attenzione del giudice dai magistrati (come i colloqui in carcere con il sodale Massimo Merlo) e le rivelazioni dei collaboratori (provenienti anche da altri clan) Francesco Musumarra, Antonio Zignale, Valerio Rosano, Gaetano Di Marco e Nicola Amoroso. Inserite anche le dichiarazioni dell’ex pentito (poi ha ritrattato) di Paternò Mimmo Assinnata jr.

La gip analizzando la richiesta della Procura ha ritenuto che vi fossero a carico di Monforte “esigenze cautelari di rilievo” per una serie di ragioni, tra cui “la negativa personalità dell’imputato, la condanna in appello per l’estorsione alla ditta di pompe funebri e in ultimo la concreta possibilità di rinsaldare i pregressi vincoli con circuiti di criminalità organizzata e di ottenere così una rete efficace di protezione atta a eludere l’esecuzione della pena”. La gip ricorda che Vincenzo Pellegriti ha reciso il legame con il clan “solo maturando la scelta di collaborare con la giustizia”. Valutazioni che saranno, appena fisseranno l’udienza, analizzate dal Tribunale della Libertà. 

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07 Gennaio 2021, 19:42

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