Morì in palestra mentre si allenava | "Dopo 18 mesi attendiamo la verità" - Live Sicilia

Morì in palestra mentre si allenava | “Dopo 18 mesi attendiamo la verità”

Giuseppe Lena

Parla il papà del ragazzo morto a dicembre 2013 in una palestra di via Stazzone. Il 20 ottobre l'udienza preliminare del processo con tre indagati: "Nostro figlio voleva fare del bene. Organizzeremo iniziative e progetti per mantenere viva la sua memoria".

Palermo
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PALERMO – La sua vita si è spezzata troppo presto. Con sé ha portato i dubbi e le domande con cui, da quella terribile serata, convivono Francesco e Tonina Lena, genitori del giovane studente di Cammarata morto in palestra nel dicembre del 2013. Quasi due anni di silenzio accompagnati dal dolore, ma allo stesso tempo da tanta forza, la stessa che pochi giorni fa i coniugi Lena hanno manifestato all’uscita del Tribunale di Palermo, dove era prevista l’udienza preliminare poi rinviata al 20 ottobre.

“Vogliamo giustizia – hanno detto – pretendiamo la verità che fino ad adesso non è mai emersa. Lo dobbiamo a nostro figlio, ai valori che portava avanti con fermezza”. Giuseppe a soli vent’anni aveva già scelto, che un giorno, avrebbe donato gli organi. Così è stato. Ha salvato cinque vite. E proprio nell’ottica di quella volontà che i suoi genitori hanno rispettato, saranno presto realizzati progetti ed iniziative per non dimenticarlo.

“E’ il momento di fatti concreti – spiega Francesco Lena – di fare qualcosa che permetta di ricordare sempre Giuseppe e la sua voglia di aiutare il prossimo. Sulla scia del suo modo di vivere e delle sue volontà, vogliamo impegnarci in progetti per il sociale, magari con l’aiuto di chi, in questi anni, ci è sempre stato vicino dandoci un importantissimo supporto morale. Vogliamo dare vita ad iniziative che non abbiano come unico obiettivo quello della sensibilizzazione, ma che davvero siano in grado di aiutare gli altri. Giuseppe era un ragazzo generoso, molto legato alla famiglia, che rispettava il prossimo: il suo esempio – dice Lena – deve rimanere vivo”.

L’incubo è cominciato dopo quella che sembrava una caduta accidentale durante l’allenamento di Mma. Giuseppe si era iscritto da un mese in quella palestra di via Stazzone, nella zona di via Oreto, voleva imparare le basi delle arti marziali. Chi era presente alla tragedia aveva parlato di un malore e di una caduta fatale che aveva fatto finire il ragazzo in ospedale in condizioni gravissime. Poi tre giorni di agonia e la morte. L’autopsia eseguita alcuni giorni dopo dal professor Paolo Procaccianti aveva evidenziato un forte trauma cranico, la cartella clinica parlava di “danno ipossico-ischemico emorragico causato da un corpo contundente”. Tre le persone indagate per omicidio colposo, si tratta di Giuseppe Chiarello, 40 anni, Roberto Lanza, 27 anni – entrambi si stavano allenando con Giuseppe, quella sera – e Giuseppe Di Paola, il proprietario della palestra che non sarebbe stato in possesso delle autorizzazioni che permettono la pratica della disciplina Mma.

“Giuseppe voleva fare del bene – conclude il papà – i suoi obiettivi erano tutti rivolti agli altri, per questo si era iscritto in Medicina. Un giorno dopo avere donato il sangue ci disse che voleva donare gli organi e che questa scelta sarebbe stata coerente col desiderio di diventare un medico. Mostrò le sue intenzioni col sorriso sulle labbra, lo stesso che vogliamo non venga dimenticato mai”.


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