Morire di non lavoro

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26 Aprile 2011, 11:09

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Il Vangelo del giorno dopo la festa pasquale, ci racconta che le donne, recatesi al sepolcro, ricevono la notizia che Gesù è nuovamente vivo. Cristo senz’altro è resuscitato dappertutto. Nelle società opulente e in quelle dove si muore di fame. E’ risorto pure in Sicilia, nelle case di chi sta bene e in quelle di chi non sa più come andare avanti. Non è resuscitato per niente, invece, il giovane padre di famiglia, nativo di Milena, che si è buttato, alla vigilia di Pasqua, dal cavalcavia che collega Agrigento e Porto Empedocle. Aveva due figli e una moglie. Questo è quel che sappiamo. Si è lanciato nel vuoto della disperazione perché da tempo non riusciva a trovare lavoro. Non ne abbiamo conosciuto neanche il nome. In fondo è quasi un dettaglio. La notizia già c’è tutta e non abbiamo bisogno d’altro. Tanti nomi, infatti, potrebbero sostituirsi al suo, in questa terra, dove molti senza lavoro muoiono civilmente, giorno per giorno, ancor prima che anagraficamente. E anche quando uno straccio d’impiego si trova, è perché si riesce a entrare alla corte di qualche santo molto terreno, inserendosi nell’ennesimo carrozzone di precariato che non crea lavoro.

Genera prima sudditanza e poi un qualche ingresso senza senso in qualche ufficio pubblico. Si muore di noia, ma almeno si porta a casa uno stipendio. Al quarantenne di Milena non è, evidentemente, riuscito neanche questo. Non ci sarà nuova vita per lui, né liberazione da niente, visto che abbiamo appena festeggiato la libertà dall’oppressore di ieri, anche se non abbiamo ben chiari gli oppressi e gli oppressori di oggi. Fine della corsa per il giovane siciliano. Non si può chiedere a tutti la grandezza divina, per chi ha fede o dice di averla, di rialzarsi dal proprio letto di morte. Il percorso dei comuni mortali è ben diverso. Quando si muore cala il sipario. Ma questa volta non è stata una tragedia venuta chissà da dove. Non c’è dietro la malattia inattesa che scioglie la carne o un casuale incidente che la disintegra. Oppure la cattiveria plateale dei carnefici che issano un corpo sulla croce. Le cause di un gesto come questo stanno tutte nel vivo della società siciliana. Ci interpellano tutti e in primo luogo chiamano per nome e cognome la politica, qualsiasi sia il significato che ciascuno attribuisce a questa parola e se è ancora possibile evocarla per nome e cognome.

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Perché, se non sono le istituzioni a creare le precondizioni per il lavoro vero, nel privato e nel pubblico, e non nero e non regalato, tanto pagano le casse pubbliche, chi deve farlo? Chi deve porre le basi affinché i tantissimi che sono dovuti andar via, la maggior parte con titoli di studio e intelligenze eccellenti, possano, ovviamente se vogliono, tornare nella loro terra? Le istituzioni rappresentative, i partiti che portano al loro interno le loro donne e i loro uomini, talvolta ras del voto con l’anima del galoppino, presentano sempre più persone che lavorano per la prossima campagna elettorale e mai per le prossime generazioni. La citazione proviene da una riflessione di un grande della politica italiana, Alcide de Gasperi. Difficile fare resuscitare anche lui. Il problema è che nel nostro paese di persone così ve ne sono sempre meno. Non parliamo della nostra regione. Qui siamo dibattuti tra chi dice, prendendoci per i cosiddetti, che non farà più alcun precario e tra chi poi, di tanto in tanto, impugna la ramazza moralizzatrice per fare pulizia. Che non si fa mai. Mai che si esca da questo circolo vizioso a forma di collo di bottiglia, creando sviluppo e occupazione veri. Un imbuto collettivo ed esistenziale nel quale è rimasto affogato stavolta, e non è la prima volta, e non sarà purtroppo l’ultima, il giovane di Milena. Difficile festeggiare la liberazione, o dirsi buona resurrezione, di fronte ad una morte così. Se non con una massiccia dose d’ipocrisia o una quantità smisurata di speranza.

(nella foto d’archivio, l’immagine di una protesta a Palermo)

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26 Aprile 2011, 11:09

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