Oggi Norman ritrova un corpo

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04 Maggio 2011, 12:15

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Oggi l’Università, impersonalmente, scopre una targa per Norman Zarcone. Per comodità giornalistica, ogni titolo su Norman ha come occhiello “Il dottorando suicida a Lettere”. Un po’ per semplificare, un po’ perché i redattori sono pigri e sfornano espressioni formulari: “Il dottorando suicida”, “La vedova Raciti”, “I ragazzi di Addiopizzo” (anche a cento anni), “Gli angeli della scorta”. E via sommariando. Noi, accanto al nome Norman vogliamo mettere la parola “ragazzo”. Norman era un ragazzo. Non un giovane, categoria sociologica d’incerta denominazione. Un ragazzo, definizione che dice tutto. Un ragazzo è il diminuitivo temporale di uomo. Un uomo è soprattutto un singolo individuo. Da quel balcone della facoltà di Lettere si è lanciato Norman, un’entità unica e irripetibile, con i segni del suo tempo e con la peculiarità di rapporti, gesti e pensieri che lo rendono indimenticabile. Dovremmo pensarci al fatto che le anime e i corpi non si prestano al copia e incolla. Al massimo, sono storie sovrapponibili e dall’accostamento emergeranno le differenze, più che le eguaglianze.
Non si è suicidato un luogo comune riferibile al famoso “disagio giovanile”. Sono confusioni che provocano la perdita dell’odore e della forma di ciò che si è smarrito. Si è ucciso Norman, un ragazzo. Niente altro. Norman aveva macchine meravigliose per suonare nella sua fantasmagorica casa. Aveva libri e magliette. Aveva i suoi giocattoli di ragazzino adulto. Nessuno sarà più come lui. Nessuno è stato come lui.

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Il nostro pensiero corre a Claudio, papà di Norman. Vada a quel paese il dibattito ideologico sul suicidio. Staremo qua a misurare la legittimità del gesto di Norman, noi che siamo stranieri di questo immenso dolore? E con che diritto? Le indicazioni generali le conosciamo. Ma non stiamo esaminando un giusto principio onnicomprensivo. C’è differenza. Siamo contro il suicidio. Offriamo silenzio e affetto al suicida.
Solo Claudio Zarcone sa. Solo lui può misurare il diametro del crepaccio che si è spalancato nel cuore di un padre, di una madre e del resto della famiglia. Claudio ha portato avanti una coraggiosa battaglia solitaria. Voleva qualcosa di fisico, di tangibile, per sentire altrove un lampo degli occhi di suo figlio. Ora ha una targa ed è pochissimo. Ma ha un segno. Come se Norman ritrovasse un corpo, non solo l’impalpabile memoria.  E dentro la memoria sopravvivono comunque le carezze, le risate, gli schiaffi, le confessioni, gli sguardi, i sogni. Tutto quello che un figlio e un padre si dicono e non si dicono, prima dell’addio.

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04 Maggio 2011, 12:15

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