Cronaca

Accanto ai respiri di Fratel Biagio: “Tutto qui è un segno…”

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10 Gennaio 2023, 20:18

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Biagio Conte riposa, con l’aria serena di un bambino che si è appena addormentato, nella stanza-infermeria della Cittadella di via Decollati. Sono le quattro di pomeriggio di martedì dieci gennaio. Ci viene permesso di sostare, a pochissimi passi da lui, per circa quaranta minuti, in raccoglimento e preghiera. Intorno, un panorama domestico che pretende sacrosanti rispetto e delicatezza, ma che deve essere raccontato, perché ci sono ancora doni inestimabili nel cuore dell’uomo sul lettino. Fratel Biagio ha gli occhi chiusi. Sulla sua coperta azzurra e bianca, con qualche riga rossa, è poggiata una piccola croce.

Sulla testa del missionario laico, c’è una lampada che ricorda, nelle forme, una colomba illuminata e che manda un tenue chiarore. Il viso, frontale rispetto alla nostra posizione, è rivolto verso l’unica finestra che dà sul giardino, protetta da un vetro con la Madonna e il Bambinello. Nella stanza, c’è il medico fedelissimo, Francesco Russo e c’è Luciano che cura Biagio amorevolmente, gli deterge il sudore dalla fronte e gli dà, di tanto in tanto, un bacio sfiorato, senza mai interrompere il sonno che allontana la sofferenza.

Luciano racconta: “Ero un imprenditore, dieci anni fa, prima di incontrarlo. Ho lasciato tutto: i soldi, il lavoro, la mia vecchia vita… Qui, in Missione, fin dal primo momento, mi sono sentito a casa mia. Ho accompagnato Fratel Biagio in tanti cammini e pellegrinaggi. Tutto è un segno, un miracolo. Pensa che non sono diventato infermiere perché svenivo alla vista del sangue, stavo malissimo. Poi, per anni, mi sono occupato degli ammalati della Cittadella, aiutandoli come potevo, senza nessun problema. Anzi…. Insieme, la prima volta, siamo stati a Ragusa, sì, a piedi. Giorni di viaggio e tanta fatica. Credevo che mi sarei alzato a pezzi, la mattina dopo. Invece mi sentivo un leone… Non so come ci sono riuscito, o forse sì”.

Miracolo’ è una parola che viene usata spesso da queste parti. Ma senza enfasi, con toni sommessi, senza fughe in avanti, come una semplice constatazione dello sguardo che coglie un nesso. Francesco, il medico, spiega: “E’ sempre più assopito. Qualche volta emette dei respiri profondi che ti fanno capire che ha capito, che ti sta ascoltando. Oggi, è venuto un signore che l’aveva incontrato all’Ismett e Fratel Biagio lo aveva incoraggiato, nonostante il suo tremendo male. ‘Biagio, sono io’, mi riconosci?’, ha detto. Ed è arrivato quel respiro profondo di intesa”.

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Sul ritmo dei respiri, dei ricordi, delle emozioni, si muovono tante persone. Una ragazza si avvicina con tenerezza a quel corpo smagrito. Lei aveva tre anni, una ventina di anni fa, viveva, con la sua famiglia, in una tenda, poi furono sistemati in una roulotte, infine, ottennero una casa. Fu Biagio che scese in campo, con il suo cuore di leone, per garantire ricovero e diritti. Ora, quella bambina ormai cresciuta è tornata per mormorare un Padre nostro. Franco, un altro visitatore, dice: “Stanotte mi sono svegliato di colpo, è come se qualcuno mi avesse ordinato: vai da Biagio, vallo a salutare. Ed eccomi qua”.

C’è l’assessore comunale Antonella Tirrito, è stata qui, qualche tempo fa, in visita privata con il sindaco, Roberto Lagalla. C’era pure, casualmente, l’ex sindaco Leoluca Orlando, al capezzale, allo stesso orario. “Stavamo uscendo – è lei che racconta l’accaduto -. Fratel Biagio ha chiamato il sindaco e gli ha ricordato i poveri. A me ha sussurrato: ‘Le bollette, Antonella, le bollette…'”.

E’ una esperienza comune incontrarsi, vedere amici che erano spariti dall’orizzonte per anni. Abbracciarsi e ritrovarsi, all’ombra di quel lettino, durante la Messa della mattina o nell’onda del rosario che, con un mormorio di benedizione, comincia alle sei di ogni pomeriggio. Tutti qui, con il cuore messo a nudo, da inquietudini e speranze. Tutti sempre qui, con le orecchie sospese tra le preghiere e il respiro di Fratel Biagio. (Roberto Puglisi)

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10 Gennaio 2023, 20:18

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