Pd Sicilia, Provenzano alla guida: unità vera o solo di facciata?

Pd siciliano, unità fa rima con necessità

Pippo Russo
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La mossa di Roma

Il Pd siciliano sembra avviarsi, per convinzione o per necessità, verso un percorso più unitario. Partiamo dalle ultime novità. La segreteria nazionale del Pd, come riportato con puntualità da Salvo Cataldo su Livesicilia, ha affidato a Peppe Provenzano l’incarico di guidare il partito in Sicilia dopo le dimissioni da segretario regionale di Anthony Barbagallo.

L’obiettivo dichiarato è quello di avviare nel partito una stagione più coesa, in grado di ridurre le tensioni interne che hanno segnato gli ultimi anni e di presentarsi alle prossime scadenze elettorali con un’immagine di maggiore compattezza. L’incontro in streaming convocato dal Nazareno ha consolidato il ruolo di Provenzano come figura di raccordo.

Non si tratta di un commissario formale, ma di un mandato politico duplice: sistemare gli assetti in Sicilia e rilanciare l’iniziativa politica, incluse le primarie e il rapporto con gli alleati. La composizione del gruppo che lo supporterà non è ancora chiusa, Provenzano dovrà formarla nei prossimi giorni, di concerto con le diverse componenti e sotto la supervisione nazionale.

Le ipotesi in campo

L’ipotesi più accreditata sembra quella di un organismo collegiale ristretto, a tre o con possibile allargamento, in cui Barbagallo potrebbe esserci accanto a un esponente dell’area Bonaccini. Il messaggio che arriva da Roma è chiaro: evitare un nuovo congresso, congelare lo scontro tra le aree e accompagnare il partito verso le regionali del 2027 e le primarie nazionali con un assetto unitario.

La qualità e l’ampiezza del team di sostegno saranno decisive per capire se questa fase si tradurrà in una gestione realmente condivisa o resterà un’operazione formale. I nodi critici restano aperti e ci inducono a formulare alcune domande. Il “passo di lato” di Barbagallo era motivato proprio dall’impossibilità di ricomporre le fratture dopo il congresso contestato del 2025.

Un suo rientro nella cabina di regia rischierebbe, magari a torto, di etichettare l’invocata discontinuità come continuità mascherata? È soltanto una domanda. Ancora: c’è il convincimento ai piani alti che l’eventuale esclusione dell’area Orfini, rappresentata in Sicilia da Antonio Rubino e Fausto Raciti, non sarebbe affatto una buona idea? Ci auguriamo di sì e che tale evenienza sia già stata scongiurata.

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Transizione o ricomposizione?

Garantire una rappresentanza equilibrata di tutte le anime del Pd siciliano può trasformare la fase di transizione in un effettivo momento di ricomposizione. Diversamente, la squadra che secondo le buone intenzioni dovrà traghettare il partito verso lidi migliori rischia – per quanto coordinata da una figura di peso nazionale come Provenzano – di funzionare da camera di compensazione temporanea, utile a non far esplodere il partito ma insufficiente a produrre una sintesi politica credibile. Il centrosinistra siciliano continua a non avere né un candidato comune alla presidenza della Regione, con o senza primarie, né una strategia condivisa di “campo largo”.

In questo contesto sarà indispensabile decidere presto con gli alleati la strada da tracciare. La vera prova non sarà la formalizzazione dell’organismo, insomma, ma la capacità di spostare il baricentro del Pd siciliano dal bilanciamento delle correnti alla definizione, da offrire all’elettorato, di un’alternativa. Finché la priorità rimarrà “non perdere pezzi”, invece di precisare cosa si vuole rappresentare, il pericolo è che il 2027 sopraggiunga trovando un partito formalmente rappacificato ma nella sostanza ancora diviso. Con le conseguenze elettorali che si possono immaginare.

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