Processo al clan di Pagliarelli |Mafia e droga: 31 condanne

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08 Novembre 2016, 10:09

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PALERMO – In alcuni casi le pene sono pesantissime. Gli imputati condannati sono trentuno. Tutti tranne Michele Armanno già condannato in altri processi e che rispondeva solo di una residua estorsione. Per il resto il giudice per l’udienza preliminare Wilma Mazzara usa il pugno duro contro i presunti appartenenti alla cosca mafiosa di Pagliarelli, accogliendo le richieste dei pubblici ministeri Francesco Grassi e Caterina Malagoli. Le pene sono scontate di un terzo come previsto dal rito alternativo.

Il lungo elenco degli imputati si apriva con i presunti triumviri del mandamento. Uno era stato processato e a assolto. Un altro aveva già pagato il conto con la giustizia. Il terzo, infine, gestiva il bar all’interno dell’ospedale Civico. Alessandro Alessi, Massimiliano Giuseppe Perrone e Vincenzo Giudice finirono in carcere nel blitz dei carabinieri. Era il maggio del 2015. Alessi fu scagionato definitivamente dalla Cassazione nel 2012 dopo che era stato condannato in primo grado e assolto in appello. Il suo nome era una presenza costante nelle informative dei carabinieri e dei poliziotti che davano la caccia a Gianni Nicchi, il giovane latitante arrestato nel 2009 mentre si nascondeva in una casa a poche centinaia di metri dal Palazzo di Giustizia. Grande amico di Nicchi sì, favoreggiatore no: così sentenziarono i giudici. E i fascicoli erano e sono pieno di scatti fotografici che immortalano Alessi, di cui avevano parlato diversi collaboratori di giustizia.

Gli investigatori stavano da tempo addosso a Perrone. Nel lontano 2011 dalle carte dell’inchiesta Hybris emergeva che l’uomo di punta per gestire gli affari era Giampiero Scozzari, pure lui intimo amico di Nicchi. Illuminante per descriverne il ruolo era una conversazione intercettata tra il capomafia Michele Armanno e il suo braccio operativo, Maurizio Lareddola. Scozzari controllava le forniture di cemento, imponeva le ditte per la carpenteria e l’impiantistica. Armanno non vedeva di buon occhio il comportamento di Scozzari e all’orizzonte vedevano profilarsi un possibile scontro con un altro personaggio, allora a piede libero. Si trattava di Giuseppe Perrone, già coinvolto nell’inchiesta Paesan blues della polizia e indicato come presunto prestanome del boss Nino Rotolo.

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Perrone è soprannominato “cappellino” per la sua abitudine a coprirsi il capo. Armanno era diffidente nei suoi confronti, forse per via di alcuni vecchi dissidi avuto con il suocero di cappellino, Vincenzo Cancemi. “Minchia non si ricorda di me? Non mi ricordo vero di te, tu scherzi, chissà chi gliel’ho ha raccontato, suo suocero gliel’avrà raccontato – spiegava Armanno – gli avrà detto… vedi che lo zio Michele così mi ha portato baci, abbracci di suo suocero, ma perché se lui mi vuole vedere, io che gli dico passa di qua e mi vede, ma poi siccome non c’è una… una ‘strettezza’ con suo suocero, hai capito? Mi manda i saluti e gli ricambio i saluti, però cappellino è pericoloso… cappellino si gioca a tutti, si sente furbo ma non arriva a niente”. Ora, cinque anni dopo, i carabinieri piazzano Perrone al vertice del clan. Le parole di Armanno erano state profetiche.

Incensurato ma con una parentela eccellente è Vincenzo Giudice, genero di un cugino di Giovanni Motisi, il padrino di cui non c’è traccia da anni. Giudice, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe il vero gestore del bar all’interno dell’ospedale Civico di Palermo dove sarebbero confluiti gli interessi e i soldi della mafia.

Questo l’elenco delle condanne: Vincenzo Giudice (18 anni), Alessandro Alessi (14 anni), Giuseppe Perrone (14 anni e 6 mesi), Tommaso Nicolicchia (14 anni), Concetta Celano (12 anni), Andrea Calandra (12 anni), Antonino Spinelli (10 anni), Carmelo Migliacico (4 anni), Matteo Di Liberto (12 anni), Aleandro Romano (12 anni), Alessandro Anello (12 anni), Rosario Di Stefano (3 anni), Giosuè Castrofilippo (4 anni), Stefano Giaconia (8 anni), Giuseppe Giaconia (8 anni), Salvatore Sansone (12 anni), Giovan Battista Barone (10 anni), Carlo Grasso (4 anni e 4 mesi), Giuseppe Castronovo (4 anni), Giuseppe Di Paola (4 anni e 2 mesi), Giovanni Catalano (4 anni e 2 mesi), Giovanni Giardina (5 anni), Paolo Castrofilippo (3 anni), Domenico Nicolicchia (3 anni), Cosimo Di Fazio (6 anni), Angelo Milazzo (6 anni), Antonino Calvaruso (2 anni e sei mesi), Daniele Giaconia (3 anni), Francesco Ficarotta (2 anni e sei mesi). Tutte le pene minori riguardano reati legati agli stupefacenti per i quali, in molti casi, è caduta l’ipotesi di associazione per delinquere che avrebbe reso le pene più pesanti.

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08 Novembre 2016, 10:09

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