Ci sono bellissimi giovani siciliani che costruiscono e non distruggono: non spaccano vetrine, né alcunché. Vivono in una terra agra, più difficile di altre. Alcuni di loro si mettono in viaggio, con una valigia speranzosa, per cercare fortuna. C’è chi ritorna. C’è chi sperimenterà perennemente il rimpianto del distacco.
Li incontriamo ogni giorno. Nelle professioni, nel volontariato, nello studio, nell’impegno. Talvolta, vengono a trovarci al giornale per sapere di più del nostro mondo. Sono curiosi. Li riceviamo, sempre, con affetto e un caffè. Ci accostiamo a loro come ci si avvicina a un bene prezioso.
Si parla tanto di giovani, a torto o a ragione. Noi vogliamo soffermarci su questi siciliani pieni di passione. Non rinunciano, ovviamente, alla critica, né alla protesta. Sanno che la devastazione è soltanto becera violenza. Hanno imparato a superare un mondo, per edificarne un altro.
Coltivano un’idea: la formazione individuale, le scelte giuste sono la prefazione migliore di un risultato collettivo. La piazza rappresenta una occasione sacrosanta, a suggello della democrazia, se è pacifica. Ma ci arrivi più saldo, curando te stesso o te stessa.
Questi giovani siciliani non hanno sposato la rabbia, né la retorica. Professano un credo tipicamente politico, oppure no: non è essenziale. Sono diversi, però condividono una visione non pregiudiziale delle cose.
Non professano la fede nel poltronismo, tanto cara a certa politica. Non si iscrivono al populismo, tanto praticato da certa altra politica. Hanno ricevuto pessimi esempi dal piano di coloro che hanno già fatto strada. In ogni caso non mollano.
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Questi giovani siciliani, queste ragazze e questi ragazzi, raccontano una storia diversa. Per qualcuno risultano invisibili, non essendo ascrivibili a nessuna fazione polemica, se non come oggetto di analisi campate per aria. Ne scriviamo con un vivido sentimento di gratitudine. Non li racconteremo mai esclusivamente al futuro. Sono già la speranza del nostro presente.
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