Quelli dello scoglio

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07 Novembre 2010, 00:00

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Sembra che anche la natura si porti via gli scogli e scalfisca lentamente  gli sputi dei ciclopi nella piccola Trezza. Era stato Vittorio Nisticò  direttore di quel giornale che a Palermo fu il giornale dei Florio e poi del  Pci, a separare i siciliani di mare aperto da quelli di scoglio, gli ulissidi e  i pupi di Beckett, i gattopardi e gli emigranti,  i cerca fortuna e i cafoni che invece rimangono in quella maionese che è un po’ borbonica, neoborbonica, ultraborbonica: l’isola del mal di luna. E quindi se la natura si porta via gli scogli, un po’ come la magistratura si portò via croci e garofani, non bisogna disperare perché non c’è migliore terra dove tutto possa ricominciare e  perpetuarsi, come i muezzin arabi che biascicano il loro canto uguale e monotono quanto l’ambulante che ancora usa il megafono per bandire le bellezze della sua frutta che più di scoglio o di mare  è fatta in serra.

Non si sbriciola quindi la metafora dello scoglio che poi è la casa-gabbia, il paese vicinato-giudice, la terra che è ancora “quanto ne vuoi e casa quanto ne hai” anche se oggi non più a coltura, ed è forse la condanna di chi non può partire e la speranza di chi maledice la partenza raccontando storie di Sicilia. E quindi si fa ancora forte la distinzione tra quei sentimenti che sono entrati a far parte dello stereotipo del siciliano ma si scopre che in realtà anche questo siamo riusciti ad esportare grazie a qualche bolla finanziaria che neppure conosciamo, la crisi dei mercati e farla quindi tendenza nazionale: il dissidio tra partire e restare o la malattia di chi non parte ma perde la coincidenza del sorriso per la stazione del mugugno. Torna quindi d’attualità –
ed è certo un confronto tra nonni e nipoti- la lettera dello studente scritta che ha deciso di partire aiutato da quella famiglia che nell’isola macina fiele e quella dell’analfabeta che per comunicare
disegnava tra le righe la vita.

A guardare le mail che i giornali raccolgono dai cervelli che se ne vanno, spunta il siciliano che ha letto Tomasi di Lampedusa ed è partito a diciotto anni prima che la scorza si facesse dura, gli stessi che a sentire tornano solo per il mare e per la famiglia ma nei loro successi riscoprono la piacevolezza di dire che sono siciliani e quindi significa la zavorra di un’isola, ilfardello di Ercole, l’avercela fatta nonostante quel debito che si trascina vecchio quanto un regno e che il più delle volte si rivela la ricchezza dei Tornatore, di Musco e Emma Dante, di Pirandello e di Consolo e poi Camilleri… Eppure è il vero personaggio del “Gattopardo” proprio quel figlio che ha lo spazio di pochissime righe, quasi una macchietta, che abbandona il padre e la roba per andare in Inghilterra tra il ricordo sofferto ma fiero di un Don che sarebbe voluto diventare Sir e viaggiare su un treno che lo portasse in poche ore nella sua Palermo per fare l’amore con quella amante che non accetta le buste e le corbellerie dei vecchi arrapati ma bacia soltanto per addormentare.

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La nostra è quindi essenzialmente una fuga in prigione, confino d’oro ma sotto l’occhio vigile di Tespi e della burocrazia, del sussidio e mai della ricchezza inventata e messa in gioco, Eolo ma con le pale eoliche in mano alla mafia, le opere di Antonio Presti definite abusive dallo Stato, ma Giampilleri e il messinese tenuto come un globo su un dito. “Maledetto paese, dove non si parla che di debiti e miserie, scadenze. Non ti lasciare sedurre dalla campagna , bisogna amarla da lontano”, così scriveva Francesco Lanza uno che aveva girato il mondo ma che moriva alla fine nel suo mondo, chiuso in una stanza d’albergo come Leopardi chiuso nella sua Recanati: uomini che volevano il mare nonostante non sapessero nuotare tra le vie e i miasmi delle città visibili. Oggi più che mai è difficile essere siciliani di mare perché il mare ha bisogno dell’approdo, delle Amerike e perfino gli immigrati che prendono l’autostrada del Mediterraneo – quel mare che è una tangenziale di corpi, petrolio, tonnare- fanno della Sicilia l’emporio di un sorso d’acqua e l’inizio del vero viaggio: oltrepassarla come il primo turno di un torneo ad eliminazione.

Tuttavia anche lo scoglio è la parete del mare e  dall’acqua e dal tempo si modella, può essere ancora la fucina e il silenzio delle botteghe che conciano le pelli e le esportano in oriente con internet Marco Polo, anche il mare sbattendo sparge per il mondo il sapore di quell’ostrica rimasta attaccata come una ventosa o una lumaca. Rimane quindi la speranza di quel messaggio che un imperatore potrà far giungere, la necessità di rimanere svegli ad aspettare i funzionari dei castelli che appaiono inaccessibili, perché visto con altri occhi lo scoglio è il trampolino, le dita di un uomo che prega. Passa sempre Enea per fondare una nuova città ma anche per lasciare coloro che la vogliono costruire in Sicilia, cosi nacque Segesta…

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07 Novembre 2010, 00:00

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