Strage del mare, fermi convalidati |Nessun altro superstite indagato

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24 Aprile 2015, 18:59

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CATANIA – Restano in carcere Mohammed Alì Malek, il tunisino indicato come il capitano del peschereccio affondato il 18 aprile scorso e Mahmud Bikhit, il siriano membro dell’equipaggio. Il Gip ha convalidato il fermo dopo l’udienza che si è svolta ieri al carcere di Piazza Lanza. “La difesa aveva sollevato il difetto di giurisdizione, – ha detto il Procuratore Giovanni Salvi – ma è stato respinto, ormai l’orientamento sulla giurisdizione, frutto di nostri processi, è stato recepito dalla direzione nazionale Antimafia”.

Intanto questa mattina al Palazzo di Giustizia sono iniziati gli incidenti probatori davanti al Giudice per le indagini preliminari Rosa Alba Recupido: uno dei superstiti, interrogato dai pm Rocco Liguori, Andrea Bonomo e dall’aggiunto Carmelo Zuccaro, avrebbe identificato quattro persone come membri dell’equipaggio e quindi come scafisti. “Tra i sopravvissuti non ci sono altre persone che possono essere oggetto d’indagine” – assicura Salvi. Parole queste che portano a pensare che gli altri due presunti scafisti sarebbero tra le oltre 750 vittime della strage.

Bikhit, l’assistente del comandante, sarebbe stato il tramite con i trafficanti libici. I contatti avvenivano attraverso il Thuraja, lo stesso telefono satellitare con cui poi la sera del 18 aprile è stato lanciato l’Sos per i soccorsi.

Nel corso dell’incontro con la stampa nell’aula delle adunanze, il procuratore ha mostrato un video ripreso dall’alto che mostrava un’operazione di soccorso di un barcone effettuata nei giorni scorsi nel Canale di Sicilia. Un filmato che mostra un peschereccio con le stesse fattezze di quello affondato il 18 aprile e da cui si può ricostruire le modalità di avvicinamento e salvataggio del natante.

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Su una questione Salvi è perentorio. Nessuna responsabilità penale è attribuile al comandante e all’equipaggio della King Jacob. Il mercantile portoghese arrivato al porto di Palermo dove “sono in corso degli accertamenti” – afferma Antonio Salvago, della Squadra Mobile di Catania.

Violenza e condizioni disumane. Ma ancor prima del viaggio dalle coste delle Libia. Nella fattoria dove sarebbero stati raccolti i migranti, prima ancora della traversata, sarebbe stata respirata morte. Bastonati senza pietà per non aver ubbidito ai trafficanti. E non solo. Anche sul gommone prima del trasbordo sul peschereccio un compagno di disperazione sarebbe stato ammazzato a sangue freddo e poi gettato in acqua. Non forniscono elementi sui particolari delle testimonianze raccolte. “Il nostro obiettivo è quello di avere dichiarazioni genuine” – spiega Salvi.

Questa mattina però alcuni dettagli d’orrore sono stati mormorati in quel corridoio del Palazzo di Giustizia con decine di giornalisti e reporter assiepati ad aspettare un rumore o un cenno proveniente dall’aula presidiata dai carabinieri. Dietro quelle porte sbarrate i superstiti stanno rivivendo il terrore di quei secondi quando all’improvviso hanno respirato acqua e morte.

 

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24 Aprile 2015, 18:59

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