Su Falcone Ingroia non sbaglia

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10 Febbraio 2013, 09:29

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Ovviamente, chi dice che non va toccata la memoria dei morti di mafia ritiene, ciascuno per suo conto, perché ogni testa è tribunale, di avere una sorta di copyright, un diritto d’autore scolpito sulle dieci tavole della legge. Quanti nei comizi, in vista delle varie tornate elettorali, hanno usato i loro nomi per diffondere idee politiche di parte? Quanti hanno fatto parlare i morti di mafia in questi ultimi venti anni? Solo ogni tanto alcuni di loro, detentori di un passato che evidentemente custodiscono in cassaforte, alzano il ditino e dicono a qualcuno che no, quello proprio non può. Ora è il turno del processo inquisitorio contro Antonio Ingroia. Avrebbe sbagliato ad accostare le critiche, che lo stanno investendo in misura industriale, in quanto candidato premier di una coalizione, a quelle che un tempo ricevette Giovanni Falcone. Quando era a Palermo e veniva accusato di tenere le prove dei cassetti e quando andò a Roma e venne sfregiato con l’epiteto di venduto ai voleri del principe. Accusato da chi? Non mi dite che anche voi avete dimenticato. Ma accusato dagli stessi, per lo meno dalla maggior parte di questa squadra formatasi dopo il 23 maggio del 1992, che oggi ne conservano e ne difendono dagli usurpatori infedeli le sacre gesta.

E tutto questo per quella bomba esplosa in quel tratto di autostrada. Perché se i boia di Capaci non avessero azionato il timer, quel pomeriggio di ventuno anni addietro, Falcone lo avrebbero continuato a massacrare quasi tutti quelli che appartengono al fiume di amici che si è ritrovato ad avere da defunto. E che dicono pure quella frasetta quasi buona per i baci Perugina. La conoscete. L’antimafia appartiene a tutti, i morti di mafia appartengono a tutti. Che è un po’ la lotta alla mafia a bagnomaria. Appartiene a tutti e quindi a nessuno. Ma state attenti al gioco di prestigio. Coloro che affermano che l’antimafia, e i suoi morti, sono patrimonio di tutti avrebbero bisogno di un traduttore simultaneo. Perché in realtà stanno dicendo che la vera antimafia appartiene solo a loro. Che rilasciano licenze e attestati di benemerenza.

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Ma non eludiamo la domanda attuale. Ha sbagliato Antonio Ingroia a dire che le critiche da lui ricevute sono della stessa specie di quelle che coprirono Falcone da vivo? No, non ha sbagliato. Così come il magistrato vivente, perché se fosse già morto tutti ne difenderebbero la memoria dall’oblio, viene apostrofato di fare politica con ancora fresca la divisa di magistrato, così a Falcone si oppose la stessa critica, ossia che aveva venduto la sua casacca e la propria autonomia. Nel primo caso alla sinistra, nel secondo a Roma, ai socialisti, in ultima analisi diventando un amico del malaffare. Perché anche questo è stato detto. Non parliamo degli ostacoli che tanti misero gli misero in mezzo ogni qual volta doveva raggiungere qualche carica più che meritata. Non è il caso di fare nomi, ma qualche cognome lo si può fare. I riformisti del PD di oggi, che lanciano strali contro Ingroia in difesa del martire Falcone, potrebbero, ad esempio, spiegarci perché ieri, quando non si chiamavano più PCI ed erano diventati PDS, si opposero affinché Falcone diventasse capo della superprocura. E mancava poco al botto di Capaci. Perché dopo, è chiaro, Falcone diventò l’eroe di tutta la nazione.

Dottor Ingroia, io non la voterò alle elezioni. Il suo progetto elettorale, Rivoluzione Civile, non mi convince. Ciò per ragionamenti politici che richiederebbero molte parole e non è il caso di tediare i lettori. Ma questo è un altro discorso. Il problema delle querelle che la vede contrapposta ai difensori (quasi tutti postmortem, dunque a vanvera) di Falcone e Borsellino, è invece abbastanza semplice, in fin dei conti, da decifrare. Bastano, in questo caso, poche sillabe. Che mi permetterà di fare uscire fuori per come le penso. Lei è vivo, dunque colpevole. Se ne faccia una ragione.

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10 Febbraio 2013, 09:29

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