Voto o governo, tasse e Iva| Contribuenti, cosa sperare?

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21 Agosto 2019, 19:07

5 min di lettura

L’agosto 2019 verrà ricordato come il mese della crisi del governo giallo-verde. Una crisi ricca di tatticismi e colpi di scena, talvolta incomprensibili ai più, dalla cui soluzione dipenderanno i futuri assetti politici del Paese.

Le decisioni che saranno assunte nei prossimi giorni potranno avere rilevanti conseguenze fiscali per i cittadini, poiché incideranno verosimilmente sulla sorte del gravoso aumento automatico dell’Iva, previsto dalla cosiddetta “clausola di salvaguardia”.

Vediamo di capire perché.

Le clausole di salvaguardia sono misure di maggiore entrata fiscale a efficacia differita – fortemente volute dall’Ue per garantire il perseguimento di obiettivi di finanza pubblica – con le quali si introducono, per legge, aumenti automatici delle aliquote di specifici tributi, che possono essere disinnescati soltanto a condizione che il governo individui tempestivamente eventuali diverse coperture.

Le coperture alternative possono essere conseguite, ad esempio, attraverso risparmi di spesa derivanti da interventi di spending review o per effetto del successo di politiche di crescita economica, che generano maggiori entrate fiscali ad aliquote invariate (c.d. dividendo fiscale).

Le clausole di salvaguardia fanno sì che, se il governo fallisce, sono i cittadini a pagare, con l’aumento delle aliquote.

Il meccanismo fu istituito nel 2011 come misura eccezionale quando, durante il governo Berlusconi, l’Italia si trovò sotto attacco per effetto dell’impennata dello spread, ma divenne poi la regola, tanto che da allora fu utilizzato da tutti i governi successivi.

Per effetto delle clausole di salvaguardia, gli italiani hanno subito ben due volte l’aumento dell’Iva: dal 20 al 21 percento, il 17 settembre 2011, durante il governo Berlusconi e dal 21 al 22 percento, il 1° ottobre 2013, durante il governo Letta.

Il peso delle coperture garantite dalle clausole è, inoltre, progressivamente aumentato. Nel 2011 erano destinate a coprire un fabbisogno di 4 miliardi di euro, mentre quelle attualmente in vigore dovranno coprire 23 miliardi nel 2020 e ben 29 miliardi nel 2021, con un aumento dell’Iva fissato al 25,2%, dal primo gennaio del prossimo anno e a un incredibile 26,5%, a partire dall’anno successivo.

Queste misure presentano diverse criticità. Si deve infatti considerare che esse non danno alcuna garanzia allo Stato di conseguire le maggiori entrate che dovrebbero generare. Potrebbe infatti accadere che le famiglie reagiscano alla più elevata pressione fiscale contraendo i consumi fino a determinare una riduzione del gettito effettivo dell’Iva. Il fenomeno è noto come “sottrazione” alle imposte.

È già successo nel 2011, nonostante l’Iva fosse aumentata di un solo punto percentuale e a maggior ragione potrebbe accadere con l’aumento repentino di ben tre punti, previsto a partire dall’anno prossimo.

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A questo si aggiunge che all’innalzamento delle aliquote dei tributi viene tendenzialmente associato un aumento non solo dell’evasione, ma anche della morosità, che consiste nel mancato versamento di tributi regolarmente dichiarati, per mancanza di disponibilità finanziaria del contribuente.

Nelle attuali circostanze l’effetto di aumento della morosità potrebbe essere particolarmente amplificato, poiché milioni di cittadini hanno aderito alle recenti procedure di definizione agevolata dei carichi fiscali e pertanto hanno programmato l’impiego del loro denaro allo scopo di pagare le rate dovute. In presenza di nuovi oneri fiscali che non erano previsti al tempo dell’adesione, i programmi di molti potrebbero saltare, con conseguenti diffuse decadenze dalle rottamazioni.

Insomma, l’aumento dell’Iva potrebbe generare un vero e proprio caos fiscale, una spirale negativa, suscettibile di danneggiare non solo l’economia, che verrebbe depressa dalla maggiore tassazione, ma anche i conti pubblici, che potrebbero addirittura subire un peggioramento.

Si dovrebbe lavorare per il superamento del sistema perverso delle clausole di salvaguardia, ad esempio tramite il reperimento di risorse strutturali, ma questa operazione implica scelte di finanza pubblica forti e decise, che difficilmente possono essere assunte da governi che si reggono su equilibri precari.

In una situazione così delicata, quale soluzione della crisi dovrebbe auspicare il contribuente italiano? Tra sono i più principali scenari che sembrano profilarsi:  formazione di un nuovo governo di legislatura M5S-PD; elezioni anticipate immediate, al fine di mettere il nuovo governo in grado di operare in tempi brevissimi; formazione di un governo del presidente della Repubblica per traghettare il paese fino a elezioni anticipate, da celebrarsi all’inizio del prossimo anno, dopo l’approvazione della manovra di finanza pubblica.

La prima soluzione appare, francamente, la più pericolosa dal punto di vista fiscale. Nonostante ogni possibile sforzo di buona volontà, è altamente probabile che un governo giallo-rosso rischierebbe di trovarsi presto in una situazione di conflitto anche più elevato di quello in cui si è trovato il governo Conte, a causa delle notevoli divergenze politiche tra PD e M5S su molti temi rilevanti.

L’Italia non può si può permettere il rischio di trovarsi, tra un anno e mezzo o due anni in una situazione analoga a quella attuale. E anche i 5S avrebbero tutto da perdere da un secondo matrimonio andato male.

Lo svolgimento immediato di nuove elezioni, invece, potrebbe consentire la formazione di un governo forte, che si assuma i rischi e le responsabilità di interventi strutturali di finanza pubblica. Questa soluzione è però ostacolata dal fatto che – come si è visto negli ultimi giorni – il PD, e soprattutto i 5S, visti i numeri dei sondaggi e delle elezioni europee, potrebbero preferirebbe di dare vita a un pur claudicante governo comune, piuttosto che andare incontro a una cocente sconfitta elettorale, che rischierebbe anche di pregiudicare il futuro degli attuali leader.

Una soluzione intermedia sarebbe quella di dare vita a governo “del presidente”, al quale conferire il mandato specifico di approvare la legge di stabilità, evitare l’aumento dell’Iva e traghettare il paese fino a nuove elezioni, da svolgersi entro la prima metà del 2020.

Questa ipotesi, rispetto alla prima, avrebbe lo svantaggio di non consentire di imprimere immediatamente una direzione strutturale e di lungo respiro alla finanza pubblica, ma avrebbe il pregio politico di mettere tutte le parti in una posizione di equilibrio, perché consentirebbe ai 5S e al PD di avere il tempo per organizzarsi in vista del futuro scontro elettorale, senza pregiudicare l’ambizione della Lega di ottenere un più ampio consenso da parte dei cittadini.

Tuttavia la tentazione dei partiti di formare immediatamente un nuovo governo senza tornare alle urne, mettendo insieme una maggioranza politicamente fragile, può essere forte. La soluzione finale dipenderà dalla loro lungimiranza, nonché – e soprattutto – dalla saggezza del presidente della Repubblica, nel quale riponiamo la nostra fiducia.

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21 Agosto 2019, 19:07

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