Per i magistrati che indagano sulla presunta trattativa fra Cosa nostra e pezzi dello Stato si è giunti in un momento cruciale dell'intera inchiesta. Oggi sono stati sentiti l'ex direttore del Dap, Adalberto Capriotti, e l'ex ministro Nicola Mancino. La vicenda investita dalle indagini è quella della mancata proroga di oltre 300 provvedimenti di 41 bis, il carcere duro per i boss mafiosi.
Capriotti è tornato a Palermo, dopo un interrogatorio reso nel dicembre del 2010.
In quell'occasione, il direttore del Dap dal luglio 1993 al giugno '95, aveva sostenuto di non aver mai agito per non prorogare tutti quei provvedimenti sottolineando, invece, come la materia fosse competenza quasi esclusiva del defunto Franco Di Maggio, il suo vice. Ma i magistrati hanno trovato, fra le carte ufficiali del Ministero,
un appunto in cui Capriotti chiede al ministro di intervenire su quei 41 bis firmati sul cofano di un'auto dall'allora Guardasigilli, Claudio Martelli, la stessa sera della strage di via D'Amelio. L'allora direttore del Dap avrebbe chiesto una riduzione del 10 per cento di questi provvedimenti. Nello stesso documento è contenuta anche la richiesta cambiare la tempistica dei 41 bis, prorogandoli di sei mesi in sei mesi, invece di anno in anno.
Un documento che smentisce, in primo luogo, le
stesse dichiarazioni di Capriotti.
Il solco su cui i pm di Palermo titolari della indagini - l'aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo, Paolo Guido e Lia Sava - si stanno concentrando, riguarda il periodo di avvicendamento a capo del ministero dell'Interno fra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino. Per questa ragione, l'ex numero due del Csm, è stato sentito. Uscendo dal Palazzo ha dichiarato:
"Io ho sempre difeso lo Stato e la Repubblica e dato un contributo alla lotta alla criminalità organizzata. Escludo, per quanto mi riguarda, la trattativa". Ma la mancata proroga dei 41 bis nei confronti di diversi boss, per l'accusa rappresenta parte del presunto patto fra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni. Una risposta alle bombe che scoppiavano a Roma, Milano e Firenze. O un segnale di “distensione”, come riportato nella nota al Ministro, da Adalberto Capriotti.
Ultima modifica: 06 Dicembre 2011 ore 21:20
Vergognati........ ,
E la gente come voi che dovrebbe vergognarsi, non la vedova del Dott. Borsellino, ( Mi vergogno di essere italiana ) che stato difendevate, il Vostro stato, la vostra casta che continuate impunemente e senza un minimo di rispetto a difendere.
Basta di ascoltare questi squallidi personaggi come persone " informate sui fatti " , basta con le omertà ed i silenzi istituzionali. Date un segnale a tutta la gente comune, la giustizia deve essere uguale per tutti. Non so , non mi ricordo, non credo di avere incontrato il Dott. Borsellino.............. parole che feriscono chi in quelle stragi ha pagato con la vita, come poteva il neo ministro degli interni a non sapere chi era Borsellino, come si poteva pretendere di mettere sotto tutela la abitazione della Madre come richiesto più volte dagli agenti di scorta se il ministero degli interni era così latitante agentti che hanno pagato con le loro vite le mancanze dello " Stato" che Mancino dice di aver sempre difeso ?
Credo che sia ora di finirla, la magistratura fada in fondo.......
Mancino (area De Mita) è stato un ottimo ministro degli Interci.
E' da credergli.
Dio è grande, alla Giustizia divina non potranno sfuggire, nè loro nè chi aveva il dovere d'intervenire e non lo ha fatto
Sarà interrogato l'allora presidente dell'Antimafia, Luciano Violante?
Mi auguro!
caro Anello al Naso, mi auguro che il tempo degli interrogatori sia abbondamente finito. Credo che anche a loro tutela vadano indagati, le prescrizioni corrono, la verità stenta a finir fuori, chi a sbagliato paghi, mio marito compreso........Sottrarsi per decenni ad i propri doveri senza denunuciare le " anomalie " già allora, rende questi personaggi palesemente complici di un atteggiamento omertoso che non può più essere tollerato. Chi crede di voler trovare la verità senza andare a fondo in questa storia, riportando come unica soluzione il tutto in processi già in corso, commette un grande errore. Tutte le documentazioni emerse, tutte le contraddizioni di questi paladini dell'Antimafia devono essere giustamente accertate nelle sedi adeguate.
Carlotta Messerotti.
Io lo credo. Lui ha sempre difeso lo Stato, solo che bisogna stabilire quale Stato ??????
@ Redazione (e p. c. @ Carlotta) -
Visti i buoni rapporti con il dottor Ingroia e la di lui disponibilità ad intervenire su argomenti di pubhblico interesse, CHIEDO di conoscere se l'onorevole Violante sarà chiamato dalla Procura di Palermo o di spiegarci le ragioni del no. Grazie.
P.S.: O TUTTO O NIENTE -
Leggendo tutto questo intreccio politico - mafioso, coperto dai"... non ricordo, non c'ero, ho firmato senza pressioni esterne...",( scuse da bambini dell'asilo) al cittadino viene voglia di inseguire con il forcone il politico di turno che si presenterà alle prossime elezioni per elemosinare il voto; si è stanchi di questa ipocrisia, fatta sulle spalle di gente che è MORTA per mano mafiosa; VERGOGNATEVI, SIETE DA INCRIMINARE PER ALTO TRADIMENTO.... da qualsiasi parte politica state, siete stati la causa della decadenza della società civile, uomini e donne senza spina dorsale, pronti a chiedere al commerciante intimidito di denunciare l'estorsore e poi stare al tavolino con i boss a spartirsi la nostra Sicilia. Politici Siciliani collusi, indagati, condannati, prescritti, basta andate a casa ! Solidarietà ai familiari delle vittime dei mafiosi...siete i nostri EROI! Riscriveremo la storia della nostra Repubblica?
Da Il Giornale, l’inizio della metamorfosi di Luciano Violante.
« Violante contro i pm: "È ora di separare giustizia e spettacolo" L’ex giudice e ex presidente della Camera: "Basta processi show. È innegabile la propensione dei magistrati a costruirsi un’immagine" di Giancarlo Perna - 03 dicembre 2011, 10:00
Ricevendomi, Luciano Violante ha l’aria di chi è fuori dalla mischia politica tanto da non ricollegarlo al «piccolo Vishinsky» di cui parlava Cossiga, accostandolo al perfido accusatore dei processi staliniani.
Neanche ti ritorna in mente che puntò per primo il dito contro Andreotti preteso mafioso, né il legame gatto e volpe col pm Caselli o il fatto che, da ex giudice, sia stato il Lord Protettore in Parlamento delle toghe «progressiste». A vederlo oggi, settantenne, nella suite-ufficio di Montecitorio che gli spetta come ex presidente della Camera, la sua fama di rigido giustizialista sfuma nella nebbia dei tempi. Giocherellone non è neppure adesso, non è il suo genere, ma ha piccole attenzioni - fa delle pause per darmi il tempo degli appunti - e savoir faire. Mi accoglie sulla soglia all’inizio, mi accompagna all’ascensore alla fine. Dà la mano alla prussiana: stretta virile, scatto della testa alla von Kopf, battere di tacchi.
«Osservo senza essere parte in causa», ha detto quando gli ho chiesto se fosse contento per l’uscita di scena del Cav. È lo stato d’animo che manifesta durante l’intervista. Se anche si chiama fuori, si allena però da riserva della Repubblica. Ha una sua fondazione, «Italia Decide», è nella direzione del Pd, dirige il Forum riforme costituzionali del partito. Ci siamo visti a Roma ma veniva da Milano ed era in partenza per Palermo. Giorni prima era a Grosseto dove ha detto in un convegno ciò che ha attratto la mia curiosità: «La vera separazione delle carriere deve essere quella tra magistrati e giornalisti tra i quali, a volte, ci sono rapporti incestuosi».
Cosa l’ha spinta a denunciare il fenomeno?
«Bisogna separare la Giustizia dallo spettacolo. Il sistema giudiziario non ha compreso che siamo nel secolo della comunicazione e che rischia di rimanerne vittima. Non è un caso se in Usa, Francia, Germania, le tv non entrano nelle aule di giustizia».
Quali intrecci magistrati-media l’hanno colpita?
«È innegabile una propensione dei magistrati a costruirsi una immagine. Questo non va. Ci sono altri magistrati di cui non si sa nulla e che fanno altrettanto bene».
Ci sono giornali più amici delle Procure?
«C’è un blocco informativo che fa del collateralismo giudiziario la propria linea editoriale. Questo non giova». (Non gli chiedo di farmi i nomi dei giornali, non li farebbe. Ovviamente sono il Fatto ecc. Per tutta l’intervista, monsignor Violante seguirà la regola curiale: si dice il peccato non il peccatore).
Magistratura e politici si detestano...
«È così in tutto il mondo ed è logico. L’importante è il rispetto delle regole».
Era considerato il capo del partito delle toghe. Esisteva questo partito e lei ne era davvero il capo?
«Il partito non c’è. Quanto a me, mi sono battuto per la responsabilità civile dei giudici e durante Tangentopoli ho denunciato l’invasività della magistratura nella società e nella politica».
Si moltiplicano le inchieste alla Woodcock, fuori dalla competenza.
«Le norme sulla competenza territoriale sono imprecise e si può sbagliare in buona fede. Auspico al più presto una norma chiara. Un altro punto è però essenziale».
Ossia?
«La Procura deve cominciare l’indagine solo di fronte a una notizia di reato, comunque pervenuta, e non per accertare se il reato c’è. Lo Stato dà ai magistrati enormi poteri sulla libertà, i beni e la reputazione delle persone ma in base solo a presupposti certi. Il magistrato accerta responsabilità, non cerca reati. Questo è compito della polizia che ha, infatti, meno poteri».
Sulle intercettazioni le Procure sono un colabrodo.
«A indagare sulla fuga di notizie deve essere un ufficio diverso da quello in cui è avvenuta. L’autoindagine non funziona. Se la fuga è a Roma, tocca a Perugia. Se a Milano, Brescia, eccetera. Spero provveda questo governo».
Sospensione dei processi ai politici durante la carica, tipo Lodo Alfano?
«Sono contro. Propongo, invece, meccanismi in cui la politica si autocorregga. Partendo dal presupposto che il patrimonio di un politico è la credibilità e che i suoi obblighi superino quelli medi, chiedo degli organismi parlamentari che valutino se comportamenti, sia pure non illeciti, incidano negativamente sulla stimabilità politica dei singoli. Come negli Usa».
Tornerebbe all’ampia immunità parlamentare prevista dalla Costituzione del ’48 e abolita nel ’93?
«Mancano perfino le condizioni per parlarne. Presupporrebbe una fiducia dei cittadini nella politica che non c’è e non ci sarà per un po’».
Separazione delle carriere dei magistrati?
«Sono contrario, oggi sono già molto separate».
Subordinazione gerarchica all’interno delle Procure, per evitare che ogni pm faccia di testa sua?
«Le condizioni perché il capo della Procura possa farsi valere ci sono già. Dipende dalla sua capacità e voglia. Se è a fine carriera, probabilmente non vorrà scontrarsi ogni giorno».
Economicamente, magistrati e parlamentari sono equiparati. Con la crisi, bisogna chiedere sacrifici alle toghe come si fa con i politici?
«Premesso che i parlamentari prendono molto meno rispetto ai magistrati al cui livello sono equiparati, penso che gli stipendi più alti dei togati possano subire tagli».
Gli Ingroia & Co che comiziano alle feste di partito?
«Eviterei di farlo e lo sconsiglio caldamente».
Negli ultimi lustri, nella magistratura è cambiato qualcosa?
«Incapaci in magistratura, ci sono sempre stati. Oggi, però, tutto è più visibile e i vizi emergono con più nettezza».
Per un anno, il Pd si è limitato a dire: «Berlusconi faccia un passo indietro». Non ribolliva di idee.
«L’importante era che Berlusconi lo facesse».
Non l’ha fatto per Bersani ma per l’attacco dei mercati.
«Ma Bersani coglieva il punto. La cultura politica di Berlusconi - o sei con me o sei nemico - non funzionava. Era necessario che facesse un passo indietro per normalizzare i rapporti tra maggioranza e opposizione».
Non risulta che la sinistra facesse capriole per migliorare il clima.
«È la sua versione. Per me, Berlusconi è il primo premier che viene dal mercato, monopolista per giunta, in cui il concorrente deve sparire, e ha introdotto in politica queste regole».
Il Cav ha fatto il passo indietro e Bersani pure. Così la politica è stata commissariata da Monti.
«Penso altro. I partiti hanno capito che ci voleva una maggioranza molto ampia e sapendo di non poterla fare direttamente dopo 17 anni di liti, hanno deciso di stare insieme sostenendo un governo fuori dai partiti. Molto lungimirante».
L’Ue che ci mette in braghe di tela?
«È un grande traino per l’Italia. Ci costringe a essere virtuosi».
Dispiaciuto, essendo fuori dall’agone, di non potersi battere in un momento simile?
«L’ho già fatto e non sono assediato dal protagonismo. Do il mio contributo, non con la lotta politica, ma con la riflessione, offrendo soluzioni e parlando con gli avversari». (Mi guarda con intenzione).
A Violante già in piedi, dico: «Ancora una domanda prima di finire». «Sì?». «Nota una differenza di stile tra lei quando era presidente della Camera e il presidente Fini?». «A questo risponderò la prossima volta», replica. Dicendo tutto.»
Grande Anello, grande Honhil!!
Signora Carlotta mi creda come Lei ha ben detto "...Chi crede di voler trovare la verità senza andare a fondo in questa storia..." è tutta una farsa di gattopardiana memoria.
Saluti
Giuseppe