CATANIA – Revenge: gli investigatori scelgono il nome “vendetta” per l’operazione che il 23 ottobre 2009 ha fatto piazza pulita di boss e soldati del clan Cappello Carateddi. Dietro il verdetto del processo scaturito dal terzo capitolo di quell’indagine c’è il racconto giudiziario di una cosca senza scrupoli che con le armi e la facilità di uccidere ha costruito il suo “impero” criminale. Il filone Revenge ha fatto luce sugli equilibri del Clan Cappello e in particolare del gruppo dei Carateddi che storicamente ha gestito le piazze di spaccio del rione San Cristoforo. L’inchiesta ha abbracciato un arco temporale che dal 2007 si è spinto fino al 2010: la cosca era divisa in due nuclei, il primo capeggiato secondo gli inquirenti da Giovanni Colombrita e il secondo, la squadra dei Carattedi, con reggenti Orazio Privitera e Sebastiano Lo Giudice (conosciuto come Ianu U Carateddu).
I Carateddi sono riusciti a diventare (secondo le ricostruzioni delle indagini) il gruppo più forte dei Cappello, tanto da detenere il monopolio del traffico di cocaina. La droga proveniva dalla Campania e i responsabili dei canali di approvvigionamento erano Gaetano D’Aquino (diventato collaboratore di giustizia dopo l’arresto) e Antonino Aurichella, mentre Lo Giudice organizzava gli affari delle piazze di spaccio (che secondo le stime della polizia riuscivano a fruttare tra i 30 mila e i 40 mila euro al giorno). Potere e denaro che ha permesso ai Carateddi di diventare il braccio armato del clan.
Tra il 2001 e il 2010 le strade catanesi sono macchiate da molto sangue. L’inchiesta Revenge 3 svela i nomi e cognomi dei presunti mandanti e killer di 9 omicidi di mafia. Fatti di sangue da ricondurre a vendette, da qui il nome del filone investigativo, o a folli piani di conquista criminali.
A Sebastiano Fichera, il piccolo boss di San Giorgio ucciso nel 2008, era stato dedicato un murales. Un’impronta della mafia durata sette anni e cancellata qualche mese fa per volere dell’amministrazione comunale. I retroscena di quel delitto, che per i giudici della Corte d’Assise di Catania è stato ordinato da Biagio Sciuto, hanno portato alla ribalta “rituali” delle famiglie appartenenti alle cosche che sembravano appartenere a una storia ormai dimenticata della mafia. Il cimitero continua ad essere un luogo “sacro”: parlare ai morti a voce alta dei progetti, delle vendette e dei regolamenti di conti è un’abitudine emersa in molte indagini. L’intuito degli investigatori ha portato infatti nel 2008 a installare una telecamera e una microspia nella lapide di Sebastiano Fichera, ucciso secondo i Carateddi da Giacomo Spalletta. Il reggente degli Sciuto Tigna a sua volta sarà freddato nel 2008. Quaranta minuti dopo il delitto di Spalletta i video delle telecamere piazzate al cimitero ritraggono il boss ergastolano Lo Giudice andare davanti al loculo di Fichera e abbracciare la vedova.
In quegli anni, prima della retata, il clan Cappello si era rinforzato di nuovi elementi provenienti da cosa nostra catanese. Revenge ha mostrato migrazioni di uomini di spicco della mafia catanese che scelgono di transitare nella squadra dei Carateddi. Franco Crisafulli, di San Cristoforo, Strano di Monte Po e Squillaci dei Martiddina di Piano Tavola. Movimenti che sono confermati anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Gaetano D’Aquino, Gaetano Musumeci, Natale Cavallaro e il boss Santo La Causa.
Il Clan Cappello voleve affermarsi sul territorio: una conquista che viene scandita da una serie di omicidi. Sebastiano Lo Giudice aveva dichiarato guerra a Cosa nostra: voleva ammazzare tutto e tutti. La stessa madre ha paura della spietatezza del figlio e scappa da Catania. Un “folle”, secondo i suoi stessi affiliati. “Si sentiva Totò Reina”, racconta invece l’ex capomafia dei Santapaola Santo La Causa. Raimondo Maugeri è il predestinato ad aprire una faida che avrebbe fatto ripiombare Catania negli anni ’90. Solo la forza delle operazioni di polizia (Revenge per i Cappello e Summit per i Santapaola) mette fine a una cruenta battaglia tra cosche. Sebastiano Lo Giudice era riuscito anche a tessere rapporti con la Cupola di Palermo. U Carateddu al carcere di Bologna era detenuto nel 2006 insieme a Calogero Lo Piccolo. Quando Lo Giudice esce dalla galera, nel 2007, prima di tornare a Catania passa da Palermo dove si ferma per un paio di giorni.
L’ergastolo a Girolamo Ragonese è la condanna a un soldato che eseguiva gli ordini. Un sicario pronto a sporcarsi le mani: freddo e spietato lo descrivono i collaboratori. L’esecuzione a Raimondo Maugeri avrebbe accresciuto la sua fama di “killer senza scrupoli” nella malavita. “Il biondo” avrebbe braccato la vittima fino all’interna dell’autorimessa per potergli infliggere il colpo mortale.
La sentenza nei confronti di Biagio Sciuto sancisce quasi l’estinzione di una cosca criminale. Con la sua condanna (in primo grado, è giusto ricordarlo) si sancisce il declino degli Sciuto Tigna e il totale azzeramento di un’organizzazione mafiosa. Perchè Biagio Sciuto è indicato come il padrino della famiglia. E nel fascicolo del processo che lo ha visto alla sbarra è stata acquisita la foto di un particolare trono in legno con due leoni intagliati che il boss si era fatto realizzare per arredare la cucina in muratura. Un’immagine che è entrata nell’iconografia della mafia catanese e che oggi sembra quasi evocare quel trono vuoto a capo della Cosca. Perché con l’omicidio di Giacomo Spalletta e Biagio Sciuto condannato al carcere a vita il clan mafioso degli “Sciuto-Tigna” è ormai estinto.



