Gli affari "du Prufissuri" | Armi sotterrate nelle campagne

Gli affari “du Prufissuri” | Armi sotterrate nelle campagne

La forza di Paolo Di Mauro, indiscusso boss di Piedimonte Etneo, è la fitta rete di legami nel nord Italia ma anche in Francia, Germania e nell’est Europa.

PIEDIMONTE ETNEO. Carisma, autorevolezza e furbizia. Queste le doti riconosciute all’indiscusso boss dell’area pedemontana Paolo Di Mauro, più noto come ‘u Prufissuri. Un ruolo di primissimo piano all’interno del clan Laudani, nonostante l’esiguo numero di associati del “gruppo di Piedimonte Etneo”, attivo fin dagli ’80. Un’influenza, la sua, che si spinge ben oltre il territorio limitrofo. Non solo Randazzo e Maletto ma anche Milo, Sant’Alfio, Mascali e Macchia di Giarre. E, fin oltre i confini etnei, nei comuni del messinese come Giardini Naxos e Taormina. Ogni questione e dissidio importante che riguardava la zona nord orientale della Sicilia passava per Piedimonte. Un paese di circa 4000 anime ma considerato strategico dal clan poiché, a differenza degli altri che registravano la convivenza di diverse cosche, totalmente controllato dai Laudani. Una circostanza particolarmente apprezzata, come spiega ai magistrati Giuseppe Laudani: “…è importante perché, perché in un periodo di guerra, per la latitanza, per qualsiasi cosa si può andare in questo paese tranquillamente, è diciamo un porto sicuro, perché loro poi, a parte questo nel paese di Piedimonte sono tutti o mezzi parenti o parenti, comunque sanno chi entra e chi esce in qualsiasi momento”.

Armi e droga i principali business du Prufissuri, la cui forza risiede nei legami stretti al di fuori della Sicilia. Il boss poteva contare su una fitta rete di collegamenti nel nord Italia ma anche in Francia, Germania e nell’est Europa. Da quest’ultima area provenivano le armi che rifornivano l’intero clan. “…se noi dovevamo comprare un quantitativo ingente di armi – racconta ancora il super pentito – allora ci rivolgevamo a Paolo di Piedimonte, per esempio facevamo un’ordinazione: ci servono 30 casse, 20 pezzi, e via dicendo, tutte queste cose”. Pistole, fucili di precisione, ma anche armi da guerra come kalashnikov e Uzi, che venivano poi sotterrate nelle campagne di Paternò o di Piedimonte, pronte per essere recuperate all’occorrenza. Ma la compravendita non si limitava solo alla Famiglia di appartenenza. Le armi venivano vendute anche al clan Brunetto, con cui il professore intratteneva ottimi e proficui affari, anche nel campo delle estorsioni e del traffico di stupefacenti. Cocaina e, soprattutto, eroina le sostanze trattate. Quest’ultima droga era la più richiesta da Paolo Di Mauro poiché venduta in gran quantità soprattutto nei paesini.

A fianco del professore, Alfio Romeo, detto Faviana. Anche quest’ultimo con un ruolo di primissimo piano all’interno del clan. Entrambi godevano della piena fiducia della Famiglia. “…Paolo e Alfio, perni principali della Famiglia Laudani, io ne ho parlato più volte, che sono loro proprio un colosso principale della Famiglia Laudani – dice ancora Giuseppe Laudani – Tanto, addirittura, io le cito questo esempio, che mio padre li affidò a suo fratello, a mio zio Mario, per la latitanza degli anni Novanta…”. Nel 2004, quando Paolo Di Mauro è detenuto, il reggente del gruppo di Piedimonte Etneo è proprio Alfio Romeo. Giuseppe Laudani lo conosce nel 2005 e lo descrive come una persona intelligente, tosta e capace di potere decisionale allo stesso modo du prufissuri. A confermare la linea di successione al “trono” è il super pentito. “Alfio Romeo è molto intelligente, perché il discorso è proprio questo – spiega Giuseppe Laudani – Paolo Di Mauro è una persona di pace, ma ha un’età, e sta passando, il futuro di Piedimonte è proprio Alfio Romeo”.

Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI