“Mala gestio” dei beni confiscati | Saguto: “Accuse mediatiche”

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06 Giugno 2018, 12:38

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PALERMO – Silvana Saguto si presenta in aula. Era abituata a farlo, ma da imputato è diverso. Non è più un magistrato rispettato, adesso è sotto accusa per associazione a delinquere, corruzione, falso e abuso d’ufficio. Non deve solo respingere le contestazioni dei pubblici ministeri di Caltanissetta, ma deve difendere la sua reputazione.

È la prima volta che Saguto decide di partecipare al processo sulla “mala gestio” dei beni confiscati alla mafia che si celebra davanti al Tribunale nisseno presieduto da Andrea Catalano. Siede accanto ai suoi legali, gli avvocati Ninni Reina e Antonio Sottosanti. Finora era rimasta defilata. Lo scorso aprile aveva rotto il silenzio rilasciando un’intervista a Panorama, oggi partecipa all’udienza. Fa pure delle dichiarazioni spontanee per giustificare la sua mancata partecipazione. “Mi scuso che non sono venuta, ho avuto problemi di salute”. Gli stessi problemi di salute per i quali aveva chiesto di rinviare il procedimento disciplinare che al Csm si è concluso con la sua momentanea radiazione (il magistrato può fare ricorso contro la decisione dell’organo di autogoverno delle toghe). Annuncia che ricorrerà anche altre volte alle dichiarazioni spontanee, segno della sua volontà di stare nel processo, di battagliare per dimostrare che il sistema desolante venuto fuori dalle indagini in realtà non è esistito: “Mi difenderò in questa sede dalle accuse che mi sono state rivolte a livello mediatico”.

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Sotto accusa, oltre all’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, radiata dalla magistratura, ci sono il padre del magistrato, Vittorio Saguto, il marito Lorenzo Caramma e il figlio Emanuele, gli amministratori giudiziari Gaetano Cappellano Seminara, Walter Virga, Aulo Gigante e Nicola Santangelo, il colonnello della Dia Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, la moglie e la collaboratrice di Provenzano, Maria Ingrao e Calogera Manta, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo, l’ex giudice della sezione misure di prevenzione Lorenzo Chiaramonte

Al processo depone Alessandro Scimeca, amministratore giudiziario che consentì a Saguto di pagare a rate un conto da migliaia di euro al supermercato che gestiva. Saguto arrivò ad accumulare un debito superiore a 19 mila euro. Scimeca racconta in aula che avrebbe invitato più volte il magistrato a pagare ricevendo rassicurazioni che avrebbe onorato il debito. Gli diceva che si trovava in un momento di difficoltà economica. E così fu Scimeca a iniziare a pagare, come se avesse fatto un presto all’ex presidente. Quando esplose il caso giudiziario l’ex magistrato saldò la restante parte della spesa. Solo che Scimeca non avrebbe più avuto indietro i suoi soldi. Anzi, lui non li mai chiesti. Ora l’amministratore giudiziario è testimone dell’accusa, secondo cui Saguto sarebbe responsabile di concussione nei confronti di Scimeca: lo avrebbe costretto a non attivarsi per recuperare il debito. Ed ancora Saguto avrebbe cercato di imporre Scimeca l’assunzione del figlio di un amico dell’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, nell’amministrazione giudiziaria dell’Abbazia Sant’Anastasia, di recente restituita a Francesco Lena. Scimeca conferma l’episodio. L’assunzione gli fu chiesta, ma non se ne fece nulla. 

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06 Giugno 2018, 12:38

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