Brusca ricostruisce le fasi della trattativa

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07 Giugno 2012, 21:25

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(dall’inviata Lara Sirignano – Ansa). Si commuove due volte. Quando ricorda l’abbraccio col figlio che lo spinse a spezzare il vincolo con Cosa nostra e quando ripensa all’accorata richiesta di un familiare di una vittima della mafia che lo implorò di dire tutto quello che sapeva sulle stragi e sulle trame oscure degli eccidi mafiosi. Giovanni Brusca, il boia di Capaci, è il protagonista assoluto dei primi tre giorni del lungo incidente probatorio in corso nell’aula bunker di Rebibbia che sta ricostruendo le ultime verità sulla morte del giudice Paolo Borsellino. Parla per ore. Rispondendo alle domande dei pm nisseni Nicolò Marino e Gabriele Paci, del legale del boss Salvo Madonia, coinvolto nell’inchiesta solo di recente, e del difensore di una delle persone offese, Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato assassinato il 19 luglio del 1992. Il racconto di Brusca parte da lontano, da quando, capito che il maxiprocesso in Cassazione era ormai perso, Totò Riina decise di dare un segnale chiaro ai nemici storici, come Falcone e Borsellino, già nel mirino di Cosa nostra dagli anni ’80, e a chi non aveva rispettato i patti come l’eurodeputato Salvo Lima. Una versione, quella del pentito, che riscontra le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Nino Giuffré che aveva indicato in un summit del dicembre del 1991 la data che segnò la svolta nella storia di Cosa nostra, quella in cui il padrino di Corleone dichiarò guerra allo Stato. Dopo la morte di Lima, Brusca seppe da Riina che “alcuni si erano fatti avanti” offrendosi come nuovi referenti delle cosche. Il capomafia fa nomi e cognomi dei candidati alla successione di Lima: Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri. Ma dell’ex sindaco mafioso e del senatore del Pdl il pentito parla solo anni dopo l’inizio della collaborazione. “Ho fatto solo in un secondo momento il nome di Dell’Utri perché sia lui che Vito Ciancimino ci avevano aiutato e volevo tenerli fuori”, spiega oggi al gip e ai pm. “A spingermi a parlare anche di Dell’Utri – dice – è stato anche un incontro avuto con un familiare di una delle vittime della mafia di cui non posso fare il nome. Mi ha detto che voleva tutta la verità e questa cosa mi ha molto toccato”. Per Brusca, che già ieri aveva affrontato la questione inserendo tra i soggetti che avevano interesse a un dialogo con la mafia anche la Lega di Bossi, è l’avvio di una sorta di trattativa che avrà il suo culmine dopo l’assassinio del giudice Giovanni Falcone. “Dopo Capaci – racconta – Riina era euforico. Mi disse: ‘gli ho dato un papello cosi'”. Il riferimento era alle richieste fatte dal padrino corleonese allo Stato per fare cessare le stragi. Ma le istanze mafiose sarebbero state rimandate al mittente perché troppo pesanti. “Riina – spiega Brusca – disse che aveva trovato un muro”. Tre giorni prima l’eccidio di via D’Amelio, inoltre, il pentito seppe dal mafioso Salvatore Biondino, Braccio destro di Riina, che “erano sotto lavoro” e capì che c’era qualcosa in ballo. Saputo dell’omicidio di Borsellino Brusca collegò la frase sull’ostacolo incontrato, riferita da Riina, alle parole di Biondino e intuì a cosa il boss si riferiva parlando del “lavoro da fare”. Dopo Brusca al bunker di Rebibbia è la volta di un altro pentito, Gaspare Spatuzza, l’uomo che ha consentito alla procura di riaprire le indagini su via D’Amelio e riscrivere tutta la fase esecutiva dell’eccidio. A Spatuzza, che esordisce in aula chiedendo perdono ai familiari delle vittime della mafia, il compito di descrivere i ruoli di due dei quattro nuovi indagati: Vittorio Tutino, che insieme a lui avrebbe rubato la 126 imbottita di tritolo e usata per uccidere il giudice, e Salvatore Vitale, il basista, l’uomo che diede il via libera al commando guidato dal boss Giuseppe Graviano avvertendolo che il magistrato stava arrivando in via D’Amelio a fare visita alla madre.

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07 Giugno 2012, 21:25

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