Visconti: "Nessuna trattativa, le ombre inutili di quei pm"

Visconti: “Nessuna trattativa, le ombre inutili di quei pm”

Una sentenza storica. I dubbi e le polemiche. E un parere che rinfocola il dibattito
L'INTERVISTA
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4 min di lettura

Professore Visconti, come la mettiamo con la sentenza sulla cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia?
“E’ una sentenza di tremila pagina, che va analizzata con attenzione, in profondità. Una cosa possiamo dirla subito, perché lampante: non ci fu nessuna trattativa fra lo Stato e la mafia”.

Costantino Visconti, professore di Diritto penale a Scienze politiche, è un intellettuale onnicomprensivo. Ha una sua materia di elezione, ma le ramificazioni del suo pensiero toccano altre connessioni e battono diverse strade. Le motivazioni della Corte d’assise d’appello sono un terreno fertile di ragionamento. Purché si abbiano pazienza e pacatezza per ragionare.

Con la massima cautela, d’accordo: allora, come la mettiamo?
“I giudici prendono atto del fatto che alcuni alti ufficiali del Ros hanno intavolato una discussione con Vito Ciancimino e che questa attività, ‘improvvida’, come viene definita, non è penalmente rilevante. Punto uno”.

Punto due?
“In nessun modo quei carabinieri, lo dicono questi giudici, ma anche altri prima di loro, hanno voluto supportare i disegni criminali di Cosa nostra”.

Qual è, in sintesi, il quadro?
“I carabinieri, in una situazione di estrema emergenza, hanno cercato di fare leva sulle loro fonti per mettere in crisi la mafia corleonese. Lo hanno fatto di loro iniziativa, senza alcuna copertura politico-istituzionale. Quindi per dieci anni i pm palermitani hanno gettato ombre su tutto e tutti inutilmente, perfino sull’allora presidente della Repubblica Napolitano”.

Eppure, tante voci critiche si sono, comunque levate. E tremila pagine, sicuramente stese per illuminare anche il contesto, non contribuiscono a focalizzare…
“Lo so, e rischiano anche di lasciare spazio a ulteriori imposture, come quella ampiamente fatta circolare nei media, ad opera dei soliti divulgatori delle ‘verità inconfessabili’, secondo cui nella motivazione si sarebbe legittimata la scelta dei carabinieri di ‘dialogare’ con la mafia. Al contrario, i giudici considerano quella iniziativa dei carabinieri non solo irregolare, in quanto non autorizzata dai vertici militari e politici dell’epoca, ma anche nefasta negli effetti perché verosimilmente indusse Totó Riina a illudersi che la strategia stragista avrebbe piegato lo Stato. Ma forse possiamo ben sperare che questa sentenza sia il canto del cigno di una stagione giudiziaria che è stata inaugurata con il processo Andreotti, definito inopinatamente dai pm di allora in un libro ‘la vera storia d’Italia’. La stagione, cioè, in cui una parte della magistratura ha coltivato la pretesa di utilizzare indagini e processi per riscrivere, anzi dettare unilateralmente, la storia di questo paese. Che invece è ben più complessa e ricca, per fortuna, rispetto a trame intessute solo di presunti reati, criminali e complici”

E quindi, professore, siamo punto e a capo, come potrebbe ritenere qualcuno?
“No, adesso abbiamo gran parte degli elementi che ci potrebbero consentire una lettura più approfondita e meno schematica del nostro terribile passato, che restituisca fiducia nel futuro. Le sentenze ci aiutano, con i loro segmenti brevi e necessari, a mettere insieme i tasselli. Ora dobbiamo capire la storia, con il suo respiro lungo”.

E cosa dicono, secondo lei, storia e sentenze?
“Che lo Stato ha raccolto la sfida della mafia corleonese e ha vinto. Lo Stato ha reagito, ha messo in campo un grandissimo sforzo e una legislazione straordinaria. I capi storici di Cosa nostra sono morti in carcere o sono ancora dietro le sbarre. Ce n’è abbastanza per una cornice di verità condivise, lasciando agli storici di professione l’indagine sugli aspetti rimasti ancora oscuri. Magari con il sostegno di una Commissione parlamentare di indagine, che abbia il compito di ricomporre il puzzle senza il bisogno di trovare dei capri espiatori”.

Qualcuno, però, ha dei dubbi. Il dottore Nino Di Matteo, ad esempio, ha esposto i suoi.
“A me piacerebbe che Nino Di Matteo prendesse atto che le sue tesi non hanno trovato sbocco giudiziario e sono state smentite numerose volte. E che la smettesse una buona volta di diffondere, soprattutto tra i più giovani, l’idea che alla fine i cattivi vincono sempre”.

Cioè?
“Credo che anche lui, senza volerlo, in buonafede, come i carabinieri della ‘Trattativa’, e a sua insaputa, con le sue affermazioni rafforzi il mito della persistenza e dell’invincibilità della mafia. Non è andata così, le cosche hanno perso”.

Lei, nel ‘92, che faceva?
“Mi ero laureato da un anno e ho vissuto le stragi come tutta la mia generazione: un trauma individuale e collettivo. Ma Cosa nostra non è un male assoluto, nel senso che è legata al suo tempo e avrà una fine, né inscalfibile. Falcone e Borsellino lo sapevano benissimo. Alla fine, hanno vinto loro. E abbiamo vinto tutti noi, anche se ancora non abbiamo definitivamente sconfitto le mafie nel nostro paese”. (Roberto Puglisi)


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