CATANIA – Vedette armate di ricetrasmittenti, soldati con la pistola sulla cintola, boss con la scorta, riunioni tra “picciotti”. Le telecamere della Squadra Mobile nell’estate del 2016 immortalano le mosse del clan Cappello dopo il pestaggio di Salvatore Nizza, ordinato – secondo gli inquirenti – dal boss Massimiliano Salvo, arrestato nel blitz Penelope e da luglio rinchiuso al 41bis. Tra i Nizza, braccio militare dei Santapaola, e i Cappello sarebbe esplosa lo scorso anno una vera e propria faida per il controllo dello spaccio. Il figlio di Pippo Salvo, conosciuto come U Carruzzeri, avrebbe approfittato della latitanza di Andrea Nizza (poi catturato lo scorso gennaio) per poter allargare il suo dominio criminale e avrebbe lanciato un messaggio chiaro alla cupola dello spaccio dei Santapaola.
L’aggressione di Salvatore Nizza, fratello dell’ex capo di Librino e dell’uomo d’onore Daniele, non è un fatto da sottovalutare. I segnali di una possibile risposta di fuoco ė nell’aria e la Squadra Mobile, in particolare la sezione Narcotici, mette in campo una serie di azioni investigative che diventano il termometro del clima che si respira a San Giorgio, storico quartier generale dei Salvo. Le foto e l’informativa è finita negli atti del processo Penelope, scaturito dal blitz che lo scorso gennaio ha azzerato il clan Cappello, che si è aperto la scorsa settimana. Ma i tratti salienti dei risultati investigativi erano stati già inseriti nell’ordinanza di custodia cautelare, a riprova della piena operatività del gruppo criminale che ha Massimiliano Salvo come referente mafioso.
La guerra è evitata solo perché i Santapaola hanno deciso di non rispondere al pestaggio di Salvatore Nizza, detto Mpapocchia. Ma Massimiliano Salvo, boss dei Cappello, ha paura e corre ai ripari. Per qualsiasi spostamento infatti l’ex sorvegliato speciale viaggia con una vera e propria scorta armata. La Squadra Mobile lo immortala mentre un vero e proprio “branco” di scooter circondava l’auto su cui viaggia per andare al commissariato di Polizia per la firma di rito. “Verosimilmente in previsione di una qualche azione di risposta del clan avverso”, scrivono i pm nella nota inviata al Giudice per le Indagini Preliminari che poi firma l’ordinanza di custodia cautelare. E i magistrati aggiungono: “Non si può escludere che Salvo possa portare a segno ulteriori atti di violenza”. Chiaro il riferimento all’aggressione del fratello di Andrea Nizza.
E’ il 31 maggio 2016 quando la Squadra Mobile comprende che in via Dei Platani si sarebbe tenuta una riunione. A quel punto scattano i controlli che portano a “pizzicare” Massimiliano Salvo e i suoi. Ma non basta, la polizia svolge una precisa ispezione in un appartamento dove sono rinvenute “15 sedie poste in circolo” prova – secondo gli inquirenti – che si fosse appena tenuto un summit tra esponenti del clan Cappello-Bonaccorsi. Quella stessa sera le telecamere della polizia installate in viale Biagio Pecorino registrano l’arrivo di almeno 10 scooter con a bordo una ventina di persone. Tra queste la polizia nota Lorenzo Giustino e Tommaso Tropea. Il secondo ha in mano un’arma corta che “dopo aver tenuto in mano e poi nella cintola dei pantaloni” consegna a Giustino. Facendo una breve ricerca il nome di Lorenzo Giustino è collegato a un’operazione della Squadra Mobile che porta al sequestro di un vero e proprio arsenale rinvenuto proprio al viale Biagio Pecorino.
Ma non è finita. L’indomani, il primo giugno 2016, sempre in viale Biagio Pecorino è immortalato un altro incontro operativo tra Salvo e i suoi soldati. A controllare che non ci siano sorprese, come quelle avvenute in via Dei Platani il giorno prima, c’è una vedetta munita di ricetrasmittente.
Per gli investigatori il fatto che il boss Salvo fosse sempre circondato da diversi picciotti è la riprova che “la frizione con i Nizza ha lasciato degli strascichi e un’evidente preoccupazione”. Poi ci sono delle intercettazioni che per gli inquirenti sono “una prova inconfutabile”. La moglie di uno degli indagati (conversazione captata il 3 giugno 2016) si lascia scappare che i componenti del clan avversario sono nascosti a casa di Marcello Magrì, in quel periodo uomo di vertice dei Santapaola-Ercolano. “… Gli altri sono nascosti tutti al 7 da Marcello e loro sono tutti qua…”. La tensione è alle stelle. Le armi però sono state deposte. Poi sono arrivate le manette per tutti e due i clan.




