PALERMO – “Il furto dell’opera di Antonello da Messina non è soltanto un grave episodio criminale. Ha cambiato la percezione collettiva della sicurezza del patrimonio culturale siciliano e ha fatto emergere criticità strutturali: personale insufficiente, responsabilità frammentate, risorse limitate, formazione da rafforzare, tecnologie e procedure da aggiornare”.
Lo afferma Francesco Finocchiaro, coordinatore regionale per la Sicilia di Archeoclub d’Italia, che propone di “uscire dalla logica dell’emergenza e costruire una politica permanente di prevenzione, tutela e controllo”.
“Un primo passaggio riguarda il sostegno al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, al quale devono essere garantite risorse adeguate alla vastità e alla complessità del patrimonio siciliano. È necessario inoltre rafforzare il coordinamento tra TPC, stazioni territoriali dell’Arma, soprintendenze, musei, enti locali, diocesi e comunità, soprattutto nelle aree interne e nei luoghi più isolati”.
La tutela, secondo Finocchiaro, “non può riguardare soltanto i musei e i siti più conosciuti”. “Una parte vastissima e preziosa del patrimonio siciliano è custodita nelle chiese, nei conventi, nelle confraternite, nelle fondazioni e nelle collezioni private. È necessario avviare una ricognizione sistematica che comprenda valutazione dei rischi, catalogazione, documentazione digitale e adeguamento degli impianti di protezione”.
Per i beni di maggiore rilevanza “servono fascicoli digitali completi, immagini ad alta definizione, dati inventariali aggiornati, valutazioni periodiche dei rischi, sistemi integrati di sorveglianza e protocolli operativi per furti, incendi, terremoti e altre emergenze”. La digitalizzazione, aggiunge, “deve diventare una priorità operativa per l’intero patrimonio”.
“Servono nuove assunzioni e formazione continua per archeologi, storici dell’arte, architetti, restauratori, paesaggisti, archivisti, bibliotecari, informatici, tecnici della conservazione e personale qualificato per la vigilanza”. Ma occorre anche “una gestione più manageriale degli istituti e dei sistemi culturali”, con obiettivi definiti, responsabilità chiare, bilanci trasparenti e programmazione pluriennale.
Finocchiaro richiama inoltre l’attenzione sui depositi museali e archeologici, che “non sono luoghi residuali, ma infrastrutture culturali nelle quali è custodita una parte rilevantissima delle collezioni pubbliche”, e sul paesaggio siciliano, “un museo diffuso e vivente” da tutelare dal consumo di suolo, dall’abusivismo, dagli incendi, dall’abbandono e dal dissesto.
“Bisogna superare una concezione esclusivamente areale e puntuale dei parchi e adottare una visione lineare e reticolare. Fiumi, coste, antiche strade, trazzere, ferrovie storiche, sentieri, acquedotti e itinerari archeologici possono diventare le linee di connessione tra monumenti, paesaggi e comunità”.
Infine, “il Terzo settore può svolgere un ruolo più organico attraverso la coprogrammazione e la coprogettazione”, affiancando le istituzioni senza sostituirne le responsabilità.
Per questo Archeoclub d’Italia chiede “un incontro con l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e con il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, finalizzato alla costituzione di un tavolo operativo regionale”. “Il tavolo dovrebbe individuare le situazioni di maggiore vulnerabilità, definire le priorità d’intervento e promuovere attività coordinate di prevenzione, formazione e sensibilizzazione”.
“Il furto dell’Antonello non deve lasciare soltanto allarme e indignazione. Deve segnare il passaggio dall’emergenza alla programmazione e da una tutela concentrata sui luoghi più noti a una protezione realmente diffusa”, conclude Finocchiaro.

