Ujkani e Lazaar a “Il CalciaStorie”: | “Tra compagni siamo tutti uguali”

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29 Gennaio 2015, 11:58

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PALERMO – Lo sport come mezzo d’integrazione, per trasformare la diversità in un valore. Questo è il messaggio lanciato dai giocatori del Palermo ai giovani del liceo scientifico “Stanislao Cannizzaro”, incontrati nell’ambito del progetto “Il CalciaStorie”, promosso dalla Lega Serie A e dalla Uisp per diffondere la cultura della tolleranza. Un incontro con due perfetti esempi di integrazione, ovvero Samir Ujkani e Achraf Lazaar: due storie diverse con due avventure simili, entrambi costretti a lasciare il loro paese per tentare la fortuna altrove e che in Italia e a Palermo hanno trovato la consacrazione, realizzando il sogno di diventare calciatori professionisti.

La storia di Samir Ujkani, come tutte quelle ammantate da un’aura balcanica, non può non coincidere con la guerra. Lui, che da giovanissimo ha dovuto abbandonare la sua casa per andare in Belgio, ha però affrontato i suoi trasferimenti con la giusta voglia di imparare: “Io sono scappato dal Kosovo e sono andato in Belgio, lì poi il Palermo mi ha scoperto e mi ha portato in Italia. A me piace stare all’estero perché imparo nuove lingue e nuove culture, però non è stato facile perché ho dovuto lasciare la famiglia e gli amici”, ha detto Ujkani, che trova anche il modo di ironizzare sul suo addio al Belgio: “Posso assicurarvi però che in Belgio non si mangia come in Italia (ride, ndr)”. A Palermo, inoltre, Ujkani ha trovato un ambiente multiculturale, nel quale si trova pienamente a suo agio: La diversità è un fattore positivo ma non conta più di tanto. La cosa più bella è trovarsi tutti insieme a lottare per lo stesso obiettivo, ovvero vincere e fare risultato”.

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Non c’era la guerra di mezzo, ma anche la fuga di Achraf Lazaar dal Marocco è stata dettata dalla necessità. Il terzino del Palermo era solo un ragazzino quando ha messo piede per la prima volta in Italia, ma con le idee ben chiare: “Io sono arrivato in Italia in estate e sono andato subito all’oratorio. È lì che ho imparato l’italiano, ringrazio ancora adesso tutte le persone che mi hanno aiutato ai tempi. Il mio obiettivo è sempre stato quello di venire in Italia, mi è sempre piaciuta e volevo diventare un calciatore. Il calcio mi ha insegnato molto, bisogna sempre stare uniti e lottare tutti insieme per lo stesso obiettivo”.

Nel corso dell’incontro è stato infine trasmesso un estratto della trasmissione “Federico Buffa racconta: Arpad Weisz”, la storia dell’allenatore ungherese di origini ebraiche che vinse due scudetti col Bologna e uno con l’Inter prima di essere deportato ad Auschwitz dove venne ucciso. A margine della proiezione, inoltre, è stata trasmessa un’intervista realizzata a Matteo Marani, direttore del “Guerin Sportivo” e autore del libro “Dallo Scudetto ad Auschwitz”, che ripercorre la parabola di Weisz dai successi come allenatore alla tragica fine nei campi di concentramento nazisti.

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29 Gennaio 2015, 11:58

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