“Appena hanno saputo la notizia di Misilmeri e il nome delle persone coinvolte, le mamme e i papà hanno dato sfogo alla sofferenza. Si sono messi a piangere. I bambini erano terrorizzati. E’ arrivata la falsa informazione della morte del piccolo. Una bimba non si dava pace: ‘E’ il mio amico, è morto il mio amico’ Abbiamo vissuto momenti terribili”. Barbara Evola, assessore del comune di Palermo e professoressa, racconta la reazione dei suoi alunni a Villa Napoli per ‘Palermo apre le porte’. La sua narrazione è tesa, breve, precisa e indignata. Una tragedia è stata gestita nel modo peggiore.
E la colpa l’abbiamo noi: i giornalisti. Chi ha pubblicato l’identità del padre. Chi ha postato le foto da facebook, gli ultimi scatti di una famiglia felice. Con un bambino che ancora lotta per non morire, nessun dettaglio è stato risparmiato. Nessuna ferita è stata sanata. Noi – nel senso della categoria a cui apparteniamo tutti, per cui sarebbe stucchevole distinguere le posizioni differenti che pur ci sono – siamo stati i peggiori.
Niente moralismi. Se facciamo questo mestiere, sappiamo bene che nulla è semplice. Anzi, è complicatissimo mediare tra l’esigenza di informare e l’etica. Non è possibile evitare di innalzare i tendoni del circo del dolore. Ci conviviamo. Noi raccontiamo le lacrime degli altri, più spesso della gioia. E’ la regola. Però scegliamo come fare e cosa scrivere. Lo scegliamo ogni giorno. Davvero, non abbiamo i titoli per insegnare la professione a chicchessia. Non è necessario salire su un altare, sul pulpito dei maestri. Basterebbe scendere un po’, solo un po’. Ad altezza di bambino.
Ps. Il bimbo, purtroppo, è morto. Il dovere di cronaca, nel rispetto della Carta di Treviso e delle norme che regolano la privacy, ci impone e ci permette di raccontare tutto e di scrivere quel nome, per rendere un servizio pieno ai nostri lettori. Cercheremo di farlo con rispetto e leggerezza.
