PALERMO – La pagina controversa delle indagini per la cattura di Bernardo Provenzano è stata rivisitata al processo per la trattativa Stato-mafia attraverso l’audizione del maresciallo Saverio Masi, attualmente capo della scorta del pm Nino Di Matteo. Masi, che è stato condannato recentemente per falso ideologico a sei mesi di reclusione, ha parlato soprattutto degli ostacoli creati, a suo dire, da alcuni ufficiali del gruppo dei carabinieri di Palermo rispetto alle sue iniziative investigative nella caccia a Provenzano e a Matteo Messina Denaro. Masi, che all’epoca dei fatti era in servizio alla sezione antirapine, ha ripetuto fatti già raccontati in altri processi.
Ha quindi riferito che le sue iniziative non incontravano il sostegno della “scala gerarchica” soprattutto nella fase culminante degli appostamenti nelle campagne di Mezzojuso in cui si pensava che si trovasse il covo di Provenzano. A Masi sarebbero state create difficoltà e gli sarebbe stato impedito con un pretesto di piazzare una telecamera per tenere costantemente sotto controllo il casolare. Alla fine l’operazione venne abbandonata. Un ufficiale gli avrebbe detto: “Non abbiamo intenzione di catturare Provenzano. Non rompere più i c…”.
Oltre alla mancata cattura di Provenzano, Masi si è a lungo soffermato sui contrasti tra ufficiali del gruppo di Palermo, tra cui i colonnelli Giammarco Sottili e Antonello Angeli. Le divergenze, che sarebbero state non solo verbali ma anche “fisiche”, covavano in silenzio ma sarebbero esplose in occasione di una perquisizione in casa di Massimo Ciancimino. Il colonnello Angeli avrebbe trovato copia del “papello” con le richieste della mafia per fermare le stragi. Ma il documento non sarebbe stato sequestrato. Al telefono Sottili avrebbe detto che non era necessario acquisirlo “perché già lo abbiamo”.
Masi ha riferito che Angeli aveva intenzione di sollevare il caso con una campagna di stampa. Ne parlarono in due incontri “all’oscuro dei superiori” ma poi la campagna non partì perché il giornalista contattato non diede la sua disponibilità. Da quel momento, ha detto Masi, Angeli cambiò atteggiamento. Non si fece neppure rintracciare. Masi è stato sentito come imputato di reato connesso su denuncia degli ufficiali chiamati in causa ma una settimana fa, ha precisato il pm Vittorio Teresi, la Procura ha chiesto l’archiviazione del procedimento.
*Aggiornamento delle 17.20
“Lo guardai in faccia e lo riconobbi”. Era il 2004 quando il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi avrebbe incontrato in una strada di Bagheria (Palermo) l’ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Di quell’incontro – di cui informò i superiori solo dopo alcuni giorni – Masi conserva un nitido ricordo e ne ha parlato al processo per la trattativa Stato-mafia, ribadendo quanto già dichiarato in passato. In auto, fuori servizio, Masi incrociò un’altra vettura ferma davanti a una villa con il proprietario che stava aprendo il cancello. Nel superarlo, dopo una piccola manovra, Masi guardò il conducente.
“Era identico – ha detto – al fotofit di Messina Denaro pubblicato in quei giorni dai giornali”. Non avvertì i suoi superiori con i quali era in cattivi rapporti ma una persona che non trovò più l’auto segnalata. Masi non si fermò. Avrebbe fatto indagini in prima persona: piazzò una telecamera davanti alla villa e identificò il proprietario originario di Castelvetrano, il paese di Messina Denaro. Avrebbe pure fermato l’attenzione su un giro persone riconducibili al boss più ricercato d’Italia. Solo dopo alcuni giorni Masi presentò una relazione di servizio che, in alcune parti, alcuni ufficiali gli avrebbero chiesto di purgare. E solo nel 2010, quando i contrasti con i superiori erano esplosi con uno scambio di denunce, Masi ha tirato fuori la relazione originale che oggi è stata prodotta in udienza dal pm Vittorio Teresi.

