Salvo Licata era un uomo con le ali di un gabbiano. Era candido, navigava a due passi dal sole, ma aveva la prontezza di precipitarsi tra le zolle, se ne valeva la pena. Per questo, tanti lo ignorano, nell’intimità dell’ipocrisia, pur recitando salmi di lodi a fior di labbra.
Salvo Licata, poeta, giornalista, scrittore – scegliete voi l’ordine – è ancora un narratore sconveniente, un tipografo che ha stampato il volto di Palermo nerissima sui drappeggi di una sindone che non prevede menzogne. Peccato imperdonabile. Per questo, nonostante le apparenze, non entra mai da padrone della parola, quale era, nei luoghi della cultura imbastardita, nei salotti, nelle rimesse del potere che usa i suoi commissari scenici per zuccherare avverbi al gusto di illusione.
E’ per definizione un clandestino, Salvo Licata, uno capace di smuovere i mari con un colpo della sua ala. Nel silenzio intermittente di bisbigli del culturame a tinte rosanero, c’è voluta una giovane e valorosa casa editrice – il Palindromo di Nicola Leo e Francesco Armato – per disseppellire dalla sabbia dell’oblio il tesoro che rimane. E sono poesie e sono poemetti e sono articoli e sono orazioni: un corpus del libro “La parola è un rasoio – ballate d’amore civile”, che si presenta sabato alle sei del pomeriggio tra i viali dell’orto botanico, a Palermo.
Ci saranno coloro che amano davvero quella stravagante armonia di naufragi – i parenti, gli amici, Peppino Sottile che impastò con la stessa mollica – che la tengono stretta e la celebrano nel circolo solitario di una ridotta spirituale.
E sono folgorazioni, scrosci di lampi, acquazzoni di verità a cui non avevi pensato. Leggi e respiri, respiri e leggi mentre i polmoni si allargano, mentre il cuore, gli occhi e le mani rimangono immobili e stupefatti davanti a tanta cocente bellezza.
Gli editori riconoscono nella prefazione: “Per il Palindromo è un vero privilegio pubblicare questi componimenti di Salvo Licata, “il maestro” Salvo Licata. Che poi siano state la moglie e la figlia, Mirella e Costanza, a chiederci di pubblicare un libro così, è motivo di grande orgoglio”.
Tutta una grandine d’oro di pagine su pagine: pulviscoli di memoria, sparpagliati sulle ali di un lungo viaggio, poi condensati dal tempo in pepite. “I passi di mia madre per casa. Una fitta al cuore. I suoi passi strascicati sui mattoni tra le sedie di mogano – buone – ora che resto dentro lunghe ore a vincere il freddo delle mani”. L’orazione per Falcone e Borsellino; “Io, per me, per quello che sono, nella mia pochezza, nella mia brevità, di me, immondo, io non ho brindato”. L’incanto del ‘passero sbirro: “Premetto che non sognavo: sono uno che non sogna: né veglia (…) Il volo degli uccelli è attendibile: i colombi hanno preso abitudini da galline e la passa delle quaglie sorvola gli allevamenti. Non è santità alzare vanto su uomini morti”.
Costanza Licata squaderna i ricordi e una sacrosanta, condivisibile, polemica: “Possibile che in questa città non ci sia uno spazio per leggere le meraviglie scritte da mio padre? La sera, per addormentarmi, mi suonava la chitarra e, con la sua calda voce, mi cantava antiche nenie siciliane”.
Era la tenerezza di un uomo libero che tornava nella luminosa prigionia della sua casa, da cammini pericolanti, amati, disperatissimi. Ritornava, anche solo per comunicare ai suoi amori, a sua moglie, a sua figlia, la brevità di un verso : “Se tu vuoi la luna, io te la prendo”.

