Ilardo e Provenzano, i verbali di Giuffrè: |"Soffiata da Caltanissetta"

Ilardo e Provenzano, i verbali di Giuffrè: |”Soffiata da Caltanissetta”

Sfuma l'interrogatorio all'ex capo mandamento di Caccamo. Nel fascicolo del processo entra, però, la trascrizione di un interrogatorio dello scorso dicembre. "Binnu - racconta Giuffrè - sapeva che Gino Ilardo era un confidente prima del suo omicidio".

Nuove ombre sul delitto
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CATANIA –  Antonino Giuffrè, ex fedelissimo del capo dei capi di Cosa nostra Toto Riina, non parla al processo sull’omicidio di Gino Ilardo. Nel fascicolo del procedimento sono entrati però i verbali del pentito. Uno in particolare getta ombre inquietanti nell’organizzazione del delitto e soprattutto nella gestione dell’infiltrato Oriente da parte dell’autorità giudiziaria. Ricordiamo che il cugino di Giuseppe Piddu Madonia, boss di Caltanissetta, era diventato un confidente: era gestito dal colonello Michele Riccio dei Ros. Per il collaboratore di giustizia ed ex capo mandamento di Caccamo Bernardo Provenzano sapeva che Gino Ilardo era una “spia” dei carabinieri ancor prima del suo omicidio nel 1996. Ma è la presunta fonte della notizia che scatena scenari oscuri su tutto quello che ruota attorno alla morte di Luigi Ilardo.

“Provenzano mi disse che la soffiata era partita dal Tribunale di Caltanissetta”. Questo quello che racconta Nino Giuffrè ai pm Pasquale Pacifico e Rocco Liguori, titolari dell’inchiesta sui mandanti occulti dell’omicidio di Gino Ilardo, durante un interrogatorio dello scorso dicembre. “Se la memoria non mi inganna – aggiunge – mi disse in modo esplicito che era sicuro del fatto che Ilardo fosse un confidente perché la notizia gli era stata fatta dal Tribunale di Caltanissetta”. Quello “spiffero” di cui Giuffrè parlava già nel 2010 trova dunque una “definizione precisa”. Della fuga di notizie dagli uffici giudiziari di Caltanissetta ne ha parlato anche Michele Riccio durante il suo lungo interrogatorio come teste chiave del processo che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Catania.

I due pm però si sorprendono di quanto afferma il collaboratore di giustizia e chiedono il perchè non ne abbia parlato prima ai colleghi palermitani che avevano fatto anche domande dirette in merito. Giuffrè – nel corso dell’esame – si giustifica dicendo che “evidentemente ha messo a fuoco la circostanza dopo l’ultima volta che ha parlato con Scarpinato (magistrato, ndr)”.

Giuffrè è preciso: conferma che Provenzano disse “esplicitamente che le notizie delle confidenze venivano dal Tribunale di Caltanissetta”. Il pentito – racconta ai magistrati della Procura di Catania – di non sapere chi fosse la fonte delle informazioni, ma sapeva “con certezza che Piddu Madonia aveva degli agganci all’interno del Tribunale di Caltanissetta”. Giuseppe Madonia, capo della famiglia di Caltanissetta, è uno degli imputati del processo in corso insieme a Maurizio Zuccaro, Benedetto Cocimano e Enzo Santapaola, esponenti di spicco di Cosa Nostra catanese.

Provenzano avrebbe parlato con Giuffrè di Ilardo nell’inverno del 1995. Il pentito ricorda che era un periodo molto piovoso. “Provenzano era molto preoccupato e ci invitava a stare molto attenti a non essere pedinati e alle telecamere e microspie. Era diventata – afferma il collaboratore – una preoccupazione quasi maniacale”. Binnu avrebbe chiesto a Giuffrè di evitare anche di andare al rifugio di Mezzojuso.

Poi sarebbe scattato il progetto di uccidere Gino Ilardo. Provenzano aveva affidato questo compito proprio a Giuffre che aveva già pianificato ogni cosa, anche il luogo doveva essere ucciso. Sceglie un territorio all’interno del mandamento di Caccamo di cui era il capo: il collaboratore racconta di aver optato per “Sclafani Bagni perché facilmente accessibile da più strade”. Provenzano avrebbe detto a Giuffrè di “usare” per il delitto i fratelli Michele, Franco e Placido Pravatà. Il progetto – se veramente è stato mai pianificato – non si è mai concretizzato. Gino Ilardo fu ammazzato a Catania il 10 maggio 1996 in via Quintino Sella. Secondo la Procura di Catania i sicari appartenevano al gruppo di fuoco di Maurizio Zuccaro. Così come scrive il Gip Marina Rizza nell’ordinanza di custodia cautelare “l’uccisione di Gino Ilardo avrebbe subito un’accelerazione” dopo la riunione a Roma in cui il confidente espresse la volontà di diventare collaboratore di giustizia. Di quell’incontro con Giancarlo Caselli, allora procuratore di Palermo, Giovanni Tinebra, capo della procura di Caltanissetta e il pm Teresa Principato, non c’è nessun verbale. Esisteva un appunto di Teresa Principato andato perso – come racconta la magistrata in un processo a Palermo – durante un trasloco.

 

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