“Impedire la svendita di Poste” | Sit in di protesta in prefettura

di

18 Luglio 2016, 15:41

5 min di lettura

PALERMO – “Impedire la svendita di Poste italiane”. È la parola d’ordine lanciata dai sindacati, che per il pomeriggio di oggi, dalle 17 alle 19, hanno organizzato sit-in di protesta davanti alle nove Prefetture della regione. La mobilitazione segue quella di qualche settimana fa, quando la manifestazione si tenne davanti alle sede regionale dell’azienda, a Palermo. Per Cisl Slp, Cgil Slc, Uilposte, Ugl Com e per gli autonomi del Failp e della Confsal, la dismissione accende un’ipoteca sul recapito postale e rischia di tradursi in un drastico taglio ai 140 mila posti di lavoro. In una nota che sarà indirizzata ai prefetti di ogni Provincia, i sindacati parlano di “tentativo in atto di scardinare l’assetto societario di Poste” con la riduzione al 35% della quota azionaria del ministero dell’Economia: una diminuzione del ruolo pubblico che, si legge nella nota, determinerà persino “una perdita secca per il ministero della Economia, stante il mancato incasso dei dividendi originati dalle positive performance di bilancio dell’azienda Poste. Il 2015, a tale riguardo, ha quantificato la perdita in 157 milioni di euro”. Così, denunciano le sei sigle sindacali, “da un lato si consolida la percezione di un percorso in direzione di interessi privati, dall’altro registriamo un tentativo, abbastanza palese, di marginalizzare il ruolo del sindacato, per estrometterlo dal compito di rappresentanza degli interessi dei lavoratori”. Insomma, quanto basta per dare voce al disagio con la protesta, che punta a sensibilizzare cittadini e istituzioni su una questione, precisa la nota, “i cui primi effetti sono visibili nella chiusura di uffici postali, anche nelle frazioni geografiche disagiate”. E negli “elementi di criticità” emersi, riguardo al progetto di recapito della corrispondenza a giorni alterni e sul piano della regolarità del servizio e degli standard di qualità.  

Ecco il testo integrale della lettera che i sindacati confederali hanno presentato ai prefetti. Il gruppo Poste Italiane, con i suoi 140.000 lavoratori, rappresenta la più grande Azienda Italiana erogatrice di servizi, anche in funzione della caratteristica sociale degli stessi. Questa connotazione costituisce la centralità della sua “mission”, a garanzia dello sviluppo del sistema Paese, dove si interconnettono le relazioni con il sistema produttivo, la Pubblica Amministrazione ed i cittadini. Il 16 di maggio 2014 il Consiglio Dei Ministri decretava la cessione del 40% del capitale di Poste Italiane, attraverso la vendita delle relative azioni, effettuata, poi, il 12 ottobre 2015. Tale scelta non comprometteva l’assetto societario, in quanto assicurava il controllo di maggioranza in mano pubblica.

Il Piano Strategico 2015 – 2019, di Poste Italiane, configurava il nuovo asset aziendale, strutturato in un unico gruppo integrato su tre aree: Poste Comunicazione e Logistica, Pagamenti e Transazioni e Risparmio ed Assicurazioni, e lo supportava con Investimenti per circa 3 miliardi, 8.000 nuove assunzioni ed elevati standard di qualità dei servizi erogati, alle imprese, ai cittadini, alla Pubblica Amministrazione. All’interno di queste coordinate, e dei contenuti del Piano, le OO.SS. di categoria sottoscrivevano accordi di riferimento, nella condivisione degli obiettivi di sviluppo aziendale, della migliore qualità dei servizi, a sostegno dei livelli occupazionali, della valorizzazione della professionalità dei lavoratori, degli interessi dei cittadini e delle imprese produttive. Questa doverosa premessa vuole fornire una chiave di lettura sulle iniziative unitarie intraprese da queste OO.SS., contro il tentativo in atto di scardinare l’assetto societario di Poste, attraverso la sostanziale vendita del capitale societario. Il Governo, infatti, lo scorso 31 maggio, ha ulteriormente decretato sulla privatizzazione di Poste Italiane, definendo i criteri per la vendita di un’altra tranche di azioni in possesso del Ministero dell’Economia e delle Finanze, riducendo così, al 35% la quota azionaria in possesso del Soggetto Pubblico. Tale percentuale, precisa il Decreto, potrà realizzarsi anche tenuto conto della quota posseduta da Cassa Depositi e Prestiti.

Articoli Correlati

Ciò posto, e nella considerazione che le Fondazioni Bancarie posseggono il 20% del capitale di CC.DD.PP., si evidenzia la costituzione di una posizione di “conflitto di interessi”, che la dice lunga sull’intero processo di privatizzazione che si vuole realizzare. Da un lato si consolida la percezione di un percorso in direzione di interessi privati, dall’altro registriamo un tentativo, abbastanza palese, di marginalizzare il ruolo del Sindacato, per estrometterlo dal compito di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, in un contesto generale, dove non è emerso alcun dibattito pubblico sulla dismissione di una azienda pubblica quale Poste Italiane. In concreto Poste è usata come “tesoretto”, dal Governo, dimenticando che è un’Azienda incaricata di assicurare il servizio universale del recapito delle corrispondenze, che produce utili e distribuisce dividendi ai propri azionisti, oltre ad essere un volano fondamentale per lo sviluppo ed il futuro del nostro Paese.

In tale ambito l’obiettivo di contribuire a ripianare il debito pubblico assume il valore di entità decimali, a fronte del pericolo reale di mettere in discussione i livelli occupazionali in una società già attraversata da una persistente crisi economica. In tema di economicità, tra l’altro, la vendita della ulteriore tranche di azioni si sostanzierà in una perdita secca per il Ministero della Economia e delle Finanze, stante il mancato incasso dei dividendi originati dalle positive performances di bilancio dell’Azienda Poste. Il 2015, a tale riguardo, ha quantificato la perdita in 157 milioni di euro. Noi non possiamo e non vogliamo permettere la svendita di Poste Italiane! Il presente documento, per quanto sopra, vuole contribuire a sensibilizzare le Istituzioni nazionali così come quelle territoriali, su una questione di così ampia portata i cui primi effetti sono visibili attraverso le chiusure degli uffici postali, anche nelle frazioni geografiche disagiate, ed il progetto di recapito delle corrispondenze a giorni alterni che, nelle fasi di implementazione, ha già evidenziato significativi elementi di criticità, sia sul versante della regolarità del servizio, sia su quello dello standard di qualità.

Pubblicato il

18 Luglio 2016, 15:41

Condividi sui social