Inchiesta dei pm per corruzione| Finanzieri al comune di Palermo

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Il polo tecnico comunale di via Ausonia
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Commenti

    Sarebbe interessante capire , se effettivamente dovesse esistere corruzione diche tipo sia , specifico meglio :
    Corruzione tipo 1 – dipendente pubblico blocca iter burocratico sino a quando imprenditore non offre caffè e vassoio dolcì

    Corruzione tipo 2 – imprenditore si presenta in ufficio pubblico e offre caffè e vassoio dolcì per accelerare e fare passare una pratica senza i dovuti requisiti

    Quale sarà , se dovesse essere accertata , la corruzione in uso permesso la struttura inquisita ?

    Nel silenzio più assoluto del Sinnaccolosofare.

    E i progetti non coinvolti che fine fanno?

    Nell’articolo si parla di tre grandi lottizzazioni in altrettante aree industriali dismesse: l’ex Keller di via Maltese (non lontano da viale Strasburgo), alcuni capannoni in via Messina Marine e l’ex fabbrica di agrumi a San Lorenzo.
    Non vorrei sbagliarmi ma il capannone di Via Messina Marina non è altro che l’ex Pastificio Virga di Via Tiro a Segno

    Nel 2013 fu pubblicata la notizia che il comune di Palermo, nell’ambito di un progetto di edilizia sociale, aveva deciso di affidare tale ex mulino a una cooperativa che avrebbe costruito, 66 appartamenti..
    L’ex Mulino Virga, è un edificio industriale costruito nei primi anni del 900 . Fu sede, del primo pastificio Virga. Negli anni 30,durante il regime fascista, con il fallimento dell’industriale Filippo Pecoraino il pastificio di Corso dei Mille, insieme ad altri beni ( tra cui il giornale L’ORA) passarono di proprietà ai Virga che trasferirono parte della loro attività industriale nella nuova e più moderna fabbrica acquisita.
    Da allora il vecchio Mulino Virga fu lentamente abbandonato . Da quanto ci risulta il mulino di via Tiro a segno fu attivo fino alla fine della 2° guerra mondiale . Da allora è stata abbandonata al degrado.
    Tale edificio è molto interessante , non soltanto perché è uno dei pochi esempi di archeologia industriale dei primi del 900 rimasti , ma perché sorge in una zona ad alto valore storico e paesaggistico. Si trova infatti a due passi dal Foro Italico e dal Porticciolo di Sant’Erasmo e di fronte al vecchio Gasometro e a Villa Giulia.
    In questa decisione del Comune , ci dispiace dirlo, nessuno fece notare che tale edificio era stato costruito molto prima del 1932 e perciò, secondo la legge, andava restaurato e utilizzato per finalità “compatibili con la sua natura”.
    Francamente “abbattere e costruire case popolari al suo posto” non ci sembrava una finalità compatibile con la sua natura.
    Sono passati molti anni da questa decisione e Il progetto sembrava essere stato abbandonato ma purtroppo ci sbagliavamo.
    Dal sito del Comune abbiamo appreso che Il 24/04/2017, a pochi giorni dalla fine dell’ ultima legislatura , si era riunita la VI commissione consigliare del Comune di Palermo per decidere sul “ Permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici” ( verbale n. 77).
    Lo scopo di tale riunione era quello di concedere l’autorizzazione per la “trasformazione dell’opificio ex Mulini Virga , sito in Via Tiro a Segno n.24, in residenza per 68 abitazioni di edilizia agevolata, con autorimessa collettiva e cantine” ( da notare che gli appartamenti erano aumentati da 66 a 68)
    Tale approvazione in “ deroga agli strumenti urbanistici” veniva giustificata dal fatto che serviva per la “rigenerazione urbana dell’area ex Mulini Virga dove per rigenerazione significa dare nuova vita a un edificio”
    La rigenerazione urbana consisteva perciò nella trasformazione di tale area in area edificabile.
    Tale intervento che avverrà “ con una riqualificazione senza consumo di suolo” rientra in un preciso progetto :
    -mirate e integrate al risanamento e ammodernamento delle aree di
    Maredoce ,Brancaccio, Bandita, Gasometro, Macello e Romagnolo.
    -rivolte al miglioramento della mobilità sostenibile
    -di inclusione sociale per i segmenti di popolazione più fragile e per aree
    e quartieri disagiati

    Per decidere tutto questo sono bastati meno di 100 minuti , dalle 9,30 alle 10,45.
    I consiglieri comunali presenti ( maggioranza e minoranza) hanno dato parere positivo, salvo due astenuti.

    P.S. In parole povere, chiaramente nel rispetto della legge e in deroga agli strumenti urbanistici , si è deciso di autorizzare l’abbattimento di uno dei pochi esempi rimasti di archeologia industriale dei primi del 900 e costruire un palazzone di 68 appartamenti, ben visibile dal Foro Italia , dal Porticciolo di Sant’Erasmo, da Villa Giulia e dall’Orto Botanico, per favorire la “ rigenerazione urbana” per “ migliorare la mobilità sostenibile “ e per “ migliorare l’inclusione sociale per la popolazione più fragile” .

    Salvuccio che fine vuoi che facciano …. ammuccammu.

    La principale responsabilità degli uffici comunali e del consiglio comunale è quella di bloccare tutto, ingessare, creare labirinti, per cui le iniziative o si spengono o divengono oblique, sospette.
    Non è corruzione, è tedio (dal dizionario: noia, distacco dalle cose concrete, fastidio per il fare, insofferenza). Il tedio qui è peggio della corruzione. Andrebbero condannati tutti.

    Sarà colpa di Salvini,della passata amministrazione,dei 5S e magari della Merkel, un unico complotto criminoso contro il Sindacomissionario.

    La cosa assurda che tutto è partito da una legge europea che ha acquisito il comune di Palermo. in altre città europee hanno già completato le costruzioni e hanno portato a termine i progetti qui invece per inefficienza di tutti gli organi competenti comunali si sono arenati. Ci vengono a raccontare che esiste un problema corruzione che può essere possibile ma come mai la guardia di finanza non fa indagini sulla lentezza degli uffici di competenza??? E perché così lenti??? Cosa non funziona ??? Se tutto funzionasse come dovrebbe non si doveva chiedere la cortesia (corrompendo) ma loro (grandi dirigenti) dovevano solo applicare la legge. E come le solite cose di Palermo “pigliamunni u cafè” tanto anche se non c’è imprenditoria non c’è lavoro a chi interessa

Gli ultimi commenti su LiveSicilia

Cosa vorrei per la mia Sicilia Alla fine di questa inchiesta, dopo avere letto tante voci diverse e riflettuto sui problemi, sulle proposte e sulle speranze che sono emerse, vorrei provare a dire, semplicemente, cosa vorrei per la mia Sicilia. Vorrei, prima di tutto, che i problemi della Sicilia smettessero di essere considerati un destino. Acqua, sanità, trasporti, infrastrutture, energia, ambiente, lavoro, formazione, ricerca, giovani che partono: ormai li conosciamo. L’indagine ha avuto il grande merito di farli emergere con chiarezza attraverso voci politiche, sociali e civili molto diverse. Poche le donne! Vorrei allora qualcosa di semplice: che si cominciasse dai bisogni reali e si costruisse intorno a essi una programmazione condivisa, trasparente e misurabile. Vorrei una politica capace di indicare pochi obiettivi concreti, dichiarare tempi e risorse, misurare i risultati e comunicarli continuamente ai cittadini. Non cinque anni di potere, ma cinque anni effettivi di lavoro per governare. Senza semestri o anni bianchi dedicati alla propria rielezione. Le buone politiche devono durare più delle persone che le hanno realizzate. Vorrei che destra e sinistra continuassero naturalmente a confrontarsi sulle soluzioni, ma che alcuni grandi problemi della Sicilia diventassero patrimonio comune e non ricominciassero da zero a ogni cambio di maggioranza. Vorrei che il voto non fosse il momento in cui il cittadino consegna il proprio potere per riaverlo cinque anni dopo. La partecipazione dovrebbe cominciare nell’urna, non finire lì. Obiettivi, avanzamento e risultati devono restare visibili e verificabili durante tutto il mandato. E, soprattutto, vorrei affrontare seriamente l’emorragia dei giovani. Non basta chiedere loro di restare: bisogna costruire le condizioni perché possano farlo. I bisogni della Sicilia sono ormai chiari: infrastrutture e trasporti, gestione dell’acqua e dell’energia, salute e assistenza, ambiente e rifiuti, digitale, ricerca, innovazione, servizi alle imprese. Da questi bisogni dovrebbero nascere il lavoro necessario e una formazione coerente con ciò che la Sicilia vuole diventare. Vorrei che Governo regionale, università, enti formativi e imprese lavorassero molto più strettamente insieme. La formazione deve restare libera e di qualità, ma deve conoscere i fabbisogni professionali del territorio. E imprese ed enti formativi dovrebbero essere incentivati e valutati anche sulla capacità di trasformare competenze in lavoro qualificato in Sicilia. Perché quando un giovane parte non perdiamo soltanto un lavoratore: perdiamo competenze, energie, famiglie future e nascite, accelerando l’invecchiamento della popolazione. E dopo avere sostenuto i costi della sua formazione, permettiamo ad altre regioni o ad altre nazioni di utilizzare quelle competenze. Vorrei poi una Sicilia nella quale Falcone e Borsellino non vengano continuamente trascinati nelle convenienze del presente, ma restino ciò che già sono: un sentimento vivo e comune, capace di ricordarci che questa terra possiede una straordinaria riserva di dignità civile. E vorrei un miracolo: la morte della corruzione. Vorrei che nella Sicilia dei nostri figli non ci fosse più bisogno di conoscere qualcuno, chiedere un favore o accettare un compromesso per ottenere ciò che spetta per diritto, per merito o per capacità. Vorrei che la rabbia non diventasse odio, disprezzo e rinuncia, ma partecipazione e proposta. Vorrei che le tante solitudini individuali si trasformassero in problemi condivisi e poi in azione collettiva. Perché una società coesa non si riconosce soltanto nella solidarietà: si riconosce quando chiede insieme che l’acqua funzioni, che la sanità curi, che le strade colleghino, che i giovani possano lavorare. Vorrei lasciare ai nostri figli soprattutto lavoro vero e dignitoso, perché il lavoro è l’arma più forte contro la mafia: rende le persone libere, riduce il bisogno e sottrae spazio al ricatto e alla dipendenza. E vorrei lasciare loro una Sicilia più verde. Gli alberi, il verde, la terra e l’acqua non sono soltanto risorse da amministrare: sono un patrimonio da custodire e curare con amore, perché appartengono anche a chi verrà dopo di noi. Vorrei infine che la politica ricordasse una cosa molto semplice: governare significa servire. Chi riceve il potere dovrebbe usarlo per costruire un sistema migliore e duraturo, non per consolidare la propria posizione. Forse è questo, alla fine, ciò che vorrei per la mia Sicilia: problemi meglio individuati, non promesse più grandi; sistemi capaci di funzionare, non uomini indispensabili; responsabilità condivise, non appartenenze contrapposte; risultati costruiti, misurati e lasciati in eredità a chi verrà dopo, non speranza affidata al caso. Perché amare davvero la Sicilia significa volerla consegnare ai nostri figli più libera, più giusta, più verde, più efficiente e con molte più ragioni per restare. Una Madre Siciliana

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