La dolce ala del sollievo

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31 Maggio 2015, 15:32

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Il sollievo è il sogno di ogni dolore. Questo chiediamo al medico: la fine della sofferenza. Ci sarà – forse – tempo per la guarigione. Tu, dottore, liberaci dal male. Il sollievo è il Padre nostro laico di ogni paziente incatenato alla sua pazienza. All’ala dolcissima di conforto che la sola parola racchiude è consacrata la giornata di oggi, indetta dal ministero della Salute e dedicata alle cure palliative.

Quando il corpo si avvia alla sua indisponibilità definitiva, quando guarire è impossibile, occorre l’umilità di offrire e darsi lenimento. Dice Giorgio Trizzino, un medico sensibile che ha avviato una riflessione sul punto, in tempi lontani e ostili a considerare la medicina qualcosa di più dell’osservazione di un sintomo: “Quando tutto sembra perduto, quando la malattia non risponde alle terapie e non si può più guarire, c’è ancora tempo per prendere in mano la propria vita, accompagnandola verso l’epilogo finale con dignità. È l’alternativa offerta dalle cure palliative, il cui scopo non è accelerare o ritardare la morte, ma preservare la qualità della vita fino all’ultimo istante. In Italia c’è stata un’evoluzione certamente molto positiva. Anche in Sicilia, l’utilizzo delle cure palliative è senz’altro in aumento, assieme all’apertura di nuovi hospice, di nuove reti domiciliari e alla nascita di nuove associazioni”.

Ma per costruire una più consapevole ragnatela di civiltà, bisogna aggirare il tabù del dolore e della morte. E’ necessario entrare in quella stanza d’ospedale dove pensiamo che ci siano sempre gli altri e immaginare, invece, noi stessi, alle prese con domande che vengono pronunciate solo per non ricevere risposta. E’ lì che si compie il mistero di uno spavento e di una speranza indicibili: nessuno può comunicarli, nemmeno chi passa attraverso la cruna di quell’ago; poiché sarà lui a restare laggiù, quando si spegneranno le luci, mentre coloro che lo amano torneranno a casa.

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E’ lì che si cementa l’alleanza tra il malato e il suo medico, se entrambi comprendono le reciproche solitudini. L’isolamento di chi scopre quanto diventino progressivamente ardui gesti che apparivano normali, la singolarità di chi porta come una croce le incertezze della terapia. E c’è sempre l’oasi di una guarigione a mettere insieme uomini che non si conoscevano, che non hanno scelto di combattere un’identica guerra dalla stessa trincea.

Laggiù – anche negli ospedali siciliani, carenti di tutto, eppure traboccanti di generosità e atti di quotidiano eroismo – si sperimenta la dignità di chi non ha più nulla da perdere. E la guarigione assume un’altra forma: la liberazione dal dolore e dal terrore di soffrire, il recupero di un respiro quieto. E’ la dolce ala del sollievo che permette di trattenere visi cari ancora per un po’.
Qui ha senso, intanto, misurarsi con una domanda che può avere risposta e costruire consapevolezza nuova. Come vorremmo andare via? Cosa possiamo fare, adesso, per preparare al meglio quel giorno per noi e per gli altri? Cosa significa guarire, quando non si può guarire più?

Dice Giorgio Trizzino: “La qualità di vita di una persona non si misura soltanto in base al suo benessere fisico o all’efficienza personale, ma è molto di più, perché la persona non si riduce al suo corpo e la vita merita di essere vissuta fino alla fine nel migliore dei modi possibili”.
Molto di più è la vita che si vive fino all’ultimo. Molto di più della morte può essere la cruna di quell’ago, se la attraverseremo guariti e – finalmente – liberi dal male.

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31 Maggio 2015, 15:32

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