PALERMO – E oggi l’Ars di riunisce per l’ennesima seduta fiume che dibatterà di una mozione di sfiducia senza i numeri per passare. Una mozione inutile, quasi quanto questa legislatura. Che impiegherà i novanta, o almeno quelli che ci saranno, per un pomeriggio, visto che nel frattempo tutto è bloccato aspettando certezze sul bilancio, quando mancano due settimane alla fine dell’anno.
E così si andrà avanti anche dopo il teatrino che terrà impegnati i deputati oggi pomeriggio. Forse serietà e senso della realtà dovrebbero suggerire, ma avrebbero dovuto suggerirlo da tempo, di farla finita. Non succederà. E l’avventura temeraria di Rosario Crocetta, il presidente che cambia a seconda del giorno dieci o venti parti in commedia, continuerà.
Ogni giorno ha la sua posa per il governatore. Nelle ultime settimane, ad esempio, era andata per la maggiore, nel repertorio teatrale di Palazzo d’Orleans, la posa del duro autonomista. Quello che non deve chiedere mai, e batte i pugni con Roma. Posa dei giorni pari, nei dispari si porta quella dell’agnellino, che firma rinunce a contenziosi miliardari in cambio di un piatto di lenticche. O magari quello che ha il retrogusto di una politica vagamente accattona, che conferisce penitente e pellegrino omaggio alla parata fiorentina del Potere, dove Rosario Crocetta, il sicilianista del martedì, è andato la domenica a omaggiare il feudo renziano con annessi vassalli e valvassori. Con tanto di “appaciata” al ristorante con l’arcinemico Davide Faraone, che desinava con un plotone di fedelissimi, e che s’è visto arrivare al tavolo, con la consueta democristianissima mediazione di Totò Cardinale (e chi sennò?) il detestato Crocetta. Pace fatta, baci e applausi. Fino alla prossima litigata. Teatro, anche d’esportazione. E dopo l’inchino le rassicurazioni: i soldi per la Sicilia arriveranno, tranquilli. Teatro, che segue alla già celeberrima foto, oggetto cult per i devoti del trash, dalla spiaggia di Tusa in tenuta quasi adamitica, per rispondere a Vecchioni e presumibilmente per tenerlo lontano il più possibile dalle sicule coste. Altro giro, altra posa, quella del presidente burlone (un po’ come nell’intervista di Caporale di qualche giorno fa, quella dove si avvertì il bisogno di riparlare del voto di castità), scatto di quella politica un po’ guitta che fra una battuta e una risatina fa passare i giorni senza cavare un ragno dal buco. Sono le mille maschere di un presidente caleidoscopico. Le mille maschere di una mascherata ormai troppo lunga. Quella di una legislatura che, con la complicità di tanti, si ostina a rimanere in piedi. Quando la Sicilia è già da un pezzo in ginocchio.

