PALERMO – La Leopolda sicula non è finita. Il sottosegretario Davide Faraone prova a sfruttare la scia della kermesse palermitana, per dare vita a un tour per l’Isola, dai forti connotati politici. In tanti, infatti, non stenteranno a riconoscere in questa iniziativa l’embrione di quella che potrà essere la prossima campagna elettorale. “La Sicilia deve essere messa sottosopra”, ricorda Faraone rilanciando il titolo del suo primo libro che presenterà in giro per i Comuni siciliani. Ed è già in qualche modo un manifesto. Una “condanna” al governo tutt’ora in carica. E nel quale, a dire il vero, siedono diversi assessori “renziani”.
Faraone, insomma, non “spegne” i riflettori della Lepolda. Ma cosa ha prodotto questa iniziativa? Quali elementi di novità rispetto a quella dell’anno scorso? C’è un dato, su tutti: il termometro del “renzismo”, tra la prima e la seconda “puntata” ha fatto segnare temperature assai diverse. Se l’anno scorso, infatti, si viaggiava sulla cresta di un’onda di consenso che sembrava permeare non solo la politica, ma anche la società siciliana, quest’anno la risposta della Sicilia è stata un po’ freddina. Ma sono cambiati anche contenuti e facce, nomi e temi. Tranne qualcuno. Perché la Leopolda sicula di Faraone, nella prima come nella seconda occasione, è stata anche una cerimonia utile per celebrare l’arrivo di “nuovi acquisti”, di transfughi che hanno deciso di saltare sul carro renziano. L’anno scorso fu il turno degli ex Articolo 4, Sammartino, Ruggirello, Sudano, Nicotra. Quest’anno è la volta del pieno inserimento nell’ortodossia renziana degli uomini di Totò Cardinale: Cimino, Tamajo, Lo Giudice erano presenti insieme all’assessore al Territorio Maurizio Croce. Un “riconoscimento” suggellato anche da un pranzo alla presenza dei due sottosegretari Faraone e Lotti. Insomma, la Leopolda fu ed è stata nuovamente una kermesse che ha dato spazio a qualche – non ce ne vogliano – cambiacasacca. Compresi quelli ancora “sospesi” come Giuseppe Milazzo e Mimmo Fazio. Tra le cose che non sono mutate poi – e questo fatto assume ovviamente una sfumatura drammatica – la protesta dei lavoratori di Almaviva, il cui futuro era incerto un anno fa e ancora più nero oggi.
Per il resto, molte cose sono cambiate. In particolare, si è sedimentata, in un anno di rimpasti e strafalcioni, la contraddizione di una corrente del Pd “di lotta e di governo”. Che punta il dito contro il presidente, ma si guarda bene dall’abbandonarlo. E non a caso, Crocetta ha colto con facilità questa crepa nel muro della retorica renziana: “Gli assessori di Faraone dicano se sono leali o meno al presidente”. Un logoramento, quello dei renziani (che poi è quello, più ampio, del Partito democratico) che Faraone non è riuscito a celare nemmeno con la metafora della “safety car”, utile a evitare che la Sicilia incorra in nuovi incidenti. No, non funziona. E la contraddizione renziana nell’Isola, in buona o cattiva fede che sia, si è tradotta, probabilmente, in una disaffezione di militanti e seguaci. Non sufficientemente rimpiazzati dalle truppe portate in dote dai politici provenienti dal centrodestra siciliano. “Abbiamo portato tremila persone in una sola giornata”, esultava Faraone l’anno scorso. Quest’anno, i numeri sono stati molto più deludenti. Anche a detta di alcuni dei protagonisti della manifestazione. Anche a causa, probabilmente, di qualche defezione eccellente. Se l’anno scorso, infatti, l’evento ha ospitato ad esempio l’allora sottosegretario alla Presidenza del consiglio Graziano Delrio, stavolta il braccio destro di Renzi, nel frattempo nominato ministro alle Infrastrutture, a Palermo non si è visto, così come le colleghe Pinotti e boschi: anche a causa, verosimilmente, degli altri “guai” del renzismo. Delle polemiche, cioè, legate all’inchiesta sul petrolio la cui eco è giunta fino alle ex fabbriche Sandron.
Ma non è questa l’unica assenza che ha contraddistinto la seconda edizione di Sicilia 2.0. All’evento non si è infatti visto nemmeno il presidente della Regione Rosario Crocetta. Una defezione che ha tolto anche un po’ di sale a uno dei temi della Lepolda: la lotta alla mafia. Un argomento che l’anno scorso scatenò polemiche durissime tra Faraone e Crocetta sull’antimafia praticata e su quella di facciata.
Un’assenza, quella del presidente, che si fonderebbe da un lato su un impegno preso dal governatore con una parrocchia palermitana, dall’altro sul fastidio per la presenza di Nino Caleca, avvocato che difende uno dei due cronisti de L’Espresso che firmarono il servizio sulla presunta e mai provata intercettazione su Lucia Borsellino. Ma al di là dei dettagli, l’assenza di Crocetta è tutta politica, anche perché, come il governatore hanno disertato la Leopolda, tra gli altri, la vicepresidente Mariella Lo Bello, e l’ex assessore Nelli Scilabra che ricorda “di aver partecipato anche all’organizzazione dell’evento dell’anno scorso”, ma che stavolta ha deciso persino di smentire seccamente le indiscrezioni che la davano presente alla kermesse. Insomma, assenze che non fanno altro che sottolineare la “tragedia” sicula: una Regione governata da tre governi in perenne “guerra fredda”. Una condizione sostenuta anche – sebbene non soltato – dai renziani di Sicilia. Che hanno anche mutato la “comunicazione” anche in questo senso. Se, infatti, l’anno scorso Faraone precisava che “qui non esistono correnti, dobbiamo lavorare tutti insieme”, oggi il sottosegretario fa ricorso a Marco Pantani per dire, sostanzialmente, “se il Pd e Crocetta in Sicilia non tengono il passo dei renziani, bisogna alzarsi sui pedali e scattare via”. Via, verso le prossime elezioni regionali. Perché la Leopolda non è ancora finita. E la campagna elettorale è già iniziata.

