Lo spettro del voto in estate | Nei partiti scatta la psicosi liste

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09 Maggio 2018, 06:04

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La Lega tenta l’ultima carta per convincere Forza Italia a dare un appoggio esterno a un governo da far nascere insieme ai 5 Stelle. Ma dai berlusconiani arriva un altro no ufficiale. E così sembra ormai inevitabile la nascita del governo “di servizio” proposto dal Presidente della Repubblica, che però non dovrebbe avere i numeri in Parlamento. A meno che il gruppo dei forzisti più recalcitrante verso un ritorno alle urne pieno di incognite non prevalga spianando la strada al governo giallo-verde con l’astensione.

La partita è ormai alle ultime battute. Se alla fine i tentativi in zona Cesarini non dovessero funzionare e se il governo del Presidente come sembra non dovesse ottenere la fiducia, non resterebbe che andare di nuovo a votare. Il 22 luglio, probabilmente, in bermuda e infradito. O al più tardi in autunno. Il Parlamento eletto il 4 marzo scomparirà come un gigantesco e costoso monumento all’inutilità e gli italiani, quelli che rinunceranno alla tintarella per una domenica, ne eleggeranno uno nuovo. Già, ma chi deciderà i candidati dentro i partiti? E quanti degli eletti del 4 marzo rischiano di conservare la fototessera da parlamentare come il ricordo fugace di una manciata di mesi?

Luigi Di Maio prova a rassicurare i suoi: “Le liste saranno quasi sicuramente le stesse”. Come a dire: non preoccupatevi, il posto non lo perderete. Per evitare tentazioni di “responsabilità” tra le sue truppe. Così l’aspirante premier ha parlato agli eletti pentastellati cercando di mettere al sicuro la loro fedeltà. Fuori andranno solo quelli che si sono candidati da sospesi dal partito, una decina di persone, nessuno siciliano. Gli altri saranno ricandidati. E rieletti? Chi può dirlo. Per il grosso di quelli nelle liste proporzionali dovrebbe essere abbastanza agevole il ritorno. Ma nei collegi uninominali alle volte basta che si sposti qualche punto percentuale per finire sotto. E se la Lega, data da tutti i sondaggi in ascesa, si rafforzasse al Sud in questo giro, il cappotto giallo potrebbe non ripetersi. Nemmeno in Sicilia.

Al Pd si guarda alle urne con una certa inquietudine. Matteo Renzi puntava tutto su un patto tra Salvini e Di Maio. Addirittura, secondo un retroscena del Corriere della Sera, avrebbe chiamato l’altroieri Salvini al telefono chiedendogli di convincere Berlusconi a far nascere il governo. Che farebbe durare questa legislatura in cui l’ex segretario del Pd si è accaparrato la maggioranza degli scranni del suo partito e quindi la centralità tra i dem. “Scusa Matteo, davvero non riuscite a convincere Berlusconi a fare un passo indietro?”. “No Matteo”, ha risposto dall’altra parte Salvini. Aggiungendo, racconta il Corriere: “Ma visto che ci vai d’accordo molto più di me, prova a convincerlo tu“.

Se la situazione precipiterà verso urne anticipate, Renzi punterà a eleggere all’assemblea del 19 maggio un segretario a lui gradito (Guerini o Martina se scenderà a più miti consigli) e continuare a gestire le liste per salvare i suoi fedelissimi. Altrimenti, se qualcuno si ribellerà, ricostruiva ieri Repubblica, sarebbe già prevista la linea dura: la direzione (in mano a Renzi) sconfessa il segretario e fa fuori le minoranze nella fattura delle liste. Il frontman alle elezioni potrebbe essere Paolo Gentiloni, è stato lo stesso Renzi a dirlo ieri. Che il pallino resti in mano a Renzi lo sperano molto gli eletti siciliani. Sono stati tutti espressione della sua corrente che non ha lasciato nemmeno le briciole nell’Isola alle altre aree. I parlamentari del Pd eletti in Sicilia sono tutti renziani e un orfiniano (Fausto Raciti), la corrente più vicina a quella dell’ex segretario. Se il pallino resterà a Matteo potranno essere riconfermati, altrimenti c’è da aspettarsi un rimescolamento. Dal Giglio magico mettono già le mani avanti con Maria Elena Boschi che ieri ha parlato della possibilità di confermare in blocco le liste del 4. “Ammesso che qualcun altro ci stia a riempire le liste per fare eleggere i soliti noti renziani”, commenta fuori taccuino un dem siciliano. Questa l’aria che tira.

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Anche dalle parti di LeU dopo il flop del 4 marzo si pensa al prossimo voto. Che potrebbe lasciare fuori dal Parlamento i piccoli partiti a sinistra del Pd. Il 3 per cento, acciuffato per miracolo due mesi fa, potrebbe non essere centrato stavolta. E così i bersaniani cercheranno quasi certamente di riallacciare i rapporti con il Pd e magari presentarsi in coalizione, per intercettare quei voti di sinistra del partito che a questo giro hanno ingoiato il rospo votando comunque per Renzi o per la lista Insieme. Di certo c’è che i pochi ad avere acciuffato il seggio da quelle parti (in Sicilia Pietro Grasso, Guglielmo Epifani ed Erasmo Palazzotto) rischiano di perderlo.

Forza Italia si trova in una situazione molto complicata. I sondaggi danno tutti il partito del Cavaliere in calo. Un ritorno alle urne potrebbe essere un bagno di sangue in favore della Lega di Salvini. Alla Camera e al Senato la rappresentanza rischia di uscire dimezzata, scriveva ieri Repubblica riportando le preoccupazioni che serpeggiano nei gruppi. Tradotto, metà dei neoeletti resterebbe a casa. La cosa da fare è prendere tempo, quanto più possibile. Ma senza arrivare a votare il governo “neutrale” di Mattarella, perché quello offrirebbe alla Lega la scusa per sganciarsi (il Carroccio lo ha già detto senza giri di parole). Un bel rompicapo per i berlusconiani.

E poi c’è la Lega, a cui le rilevazioni degli istituti di sondaggi sorridono. Il Carroccio sembra in netta crescita e questo potrebbe voler dire anche un consolidamento al Sud. Non è da escludere quindi che nel ceto politico di centrodestra scatti una corsa al carro, anzi al carroccio, del vincitore. Nelle liste della Lega infatti potrebbero aprirsi degli spazi interessanti. Qualche giorno fa il neo-commissario della Lega in Sicilia, il lumbard Strefano Candiani, è stato notato a pranzo a Palermo con un paio di esponenti d’area, un palermitano e un catanese, da tempo in rotta con i vertici forzisti. E c’è da immaginare che la sua anticamera, se il voto si avvicinerà, potrà affollarsi nelle prossime settimane.

Insomma, il futuro è per tutti pieno di incognite. E proprio questa, la tendenza di autoconservazione di ogni assemblea parlamentare, potrebbe essere l’ultima carta per trovare il varco molto stretto da cui far passare la nascita di un governo 5 Stelle-Lega. Le prossime ore saranno davvero decisive per capire se l’ipotesi è ancora praticabile.

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09 Maggio 2018, 06:04

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