M5S e Pd: le ragioni | per restare insieme

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01 Novembre 2019, 09:37

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“Electa una via, non datur recursus ad alteram”, una locuzione latina che gli studenti di Giurisprudenza imparano presto. Scelta una via per l’esercizio di un diritto o di una facoltà oppure per la tutela di un interesse soggettivo ritenuto leso non si può poi invocare l’altra via. In generale, possiamo tradurla così: andare fino in fondo, non voltarsi indietro, non coltivare riserve mentali, costruire un rapporto leale con gli eventuali compagni di percorso.

Insomma, vale anche nella vita di ogni giorno e, particolarmente, in politica. Una locuzione, infatti, che forse andrebbe ricordata a coloro che compongono nel Paese l’attuale alleanza di governo, M5S, PD, LeU e la sopravvenuta Italia Viva renziana.

Perché al di là della sconfitta in Umbria, da non derubricare in accidente locale limitato a pochi elettori e, al contempo, da non considerare tipo la fine del mondo, sorge il dubbio che le ragioni vere della debacle, magari pure future se non si cambia passo, non stanno tanto nella formula giallo-rossa tout-court, in un’ipotetica incompatibile collocazione a destra dei grillini o nella scissione avvenuta nel PD con la nascita del movimento di Renzi, e neanche nel mai cessato martellamento salviniano al grido di guerra: “prima gli italiani” condito di slogan spregiudicati utili a colpire la pancia della gente. Quanto piuttosto nello strisciante e quotidiano conflitto tra i pentastellati e i democratici, nel guardarsi in cagnesco, nella palpabile diffidenza reciproca.

Occorre, allora, ripartire dalle motivazioni forti che diedero vita al Conte bis sennò in questa corsa forsennata alla visibilità, alla conquista del consenso spicciolo, alle tattiche di sopravvivenza dei singoli leader – vedi le difficoltà di Di Maio a rimanere capo politico del suo movimento e le traversie di Zingaretti sempre alla ricerca di equilibri nel complicato bilanciamento tra le diverse correnti dem – si va matematicamente a sbattere.

Non ci sarà un secondo tempo con la furbata di mutare la figura del premier e l’assetto dell’esecutivo. Il presidente Mattarella ha lanciato un messaggio chiaro: in caso di crisi si torna al voto. E quali erano le motivazioni forti che hanno spinto il M5S e il PD a siglare un patto prima ritenuto impossibile? La prima, fermare la pericolosa deviazione rispetto ai principi fondamentali della nostra Costituzione e ai diritti universali dell’uomo e della donna in cui stavamo scivolando sotto le spoglie del sovranismo “in difesa di Dio, patria e famiglia”.

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La seconda, uscire dal tunnel buio della recessione e dello spread impazzito, evitare l’aumento depressivo dell’Iva, scansare una devastante procedura d’infrazione, recuperare credibilità in Europa con proposte serie sul fronte economico-finanziario e sull’immigrazione. La terza, allontanare la cappa d’odio verso chi ha un colore della pelle non gradito, il clima di intolleranza, di antisemitismo con rigurgiti fascisti, purtroppo fenomeni ancora persistenti, divenuto inaccettabile.

Vergognosa l’astensione del centrodestra sull’istituzione di una commissione per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza voluta dalla senatrice Liliana Segre. La conferma dell’ambiguità della Lega sul tema è venuta dalle ultime puntate di Report che disegnano un inquietante scenario sul piano dei rapporti della Lega con oscuri personaggi, non solo russi, riconducibili all’estremismo di destra italiano, europeo ed extraeuropeo.

Per supportare tali motivazioni non bisogna “mostrare” di essere compatti (la famosa foto boomerang con Di Maio, Conte, Zingaretti e il candidato della coalizione alla presidenza della Regione Umbria) ma esserlo davvero nell’azione di governo.

Del resto, le circostanze paradossalmente sono propizie: nessuno ha interesse a elezioni anticipate, tranne Salvini e la Meloni ovviamente, nemmeno Renzi, lui ha bisogno di tempo per consolidarsi, nemmeno Berlusconi che teme un’ulteriore emorragia di voti alla sua destra; abbiamo un’importante e strategica presenza, Paolo Gentiloni, nella nuova Commissione Europea; L’Europa stessa ha un atteggiamento ora decisamente a noi più favorevole.

Ci vogliono lungimiranza e coraggio senza mediazioni al ribasso. Coraggio nella stesura dei documenti finanziari privilegiando, al posto dei debiti per spesa corrente e improduttiva, investimenti corposi, specialmente al Sud, da ridare fiato all’economia, un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale a beneficio dei datori di lavoro e dei lavoratori per incentivare assunzioni e consumi, una maggiore giustizia fiscale. E’ scandalosa, a proposito di coraggio, l’accusa di “manettari” perchè si vuol perseguire chi evade le tasse. L’alternativa è il naufragio del tentativo di voltare pagina o, al massimo, vivacchiare alimentando intanto instabilità economica e una destra becera.

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01 Novembre 2019, 09:37

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