PALERMO – E così oggi Rosario Crocetta sarà a Roma per incontrare il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini e il sottosegretario Luca Lotti, dopo che venerdì scorso è saltato il tavolo di trattativa tra Stato e Regione sui conti. Il governatore cercherà di capire le intenzioni del Pd e del governo nazionale, “Occorre un chiarimento politico”, ha detto Crocetta alla vigilia. E sul tavolo potrebbe finire persino la storia di Luisa Lantieri, di cui i renziani siculi, per far contenta Sicilia Futura, chiedono la testa, cavalcando anche la questione del suo conflitto di interessi in quanto precaria della Regione col potere di “autoassumersi”. Insomma, le lunghe trattative che hanno portato alla travagliata genesi del Crocetta quater non sono bastate per riportare ordine nel litigioso Partito democratico siciliano. Che continua a offrire un’immagine frammentata, con correnti che si muovono in ordine sparso, ciascuna con strategie e obiettivi propri.
Il risultato ancora una volta è lo stallo delle istituzioni regionali, denunciato la scorsa settimana anche dal presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone. Il governo resta appeso all’incertezza, con un assessore, Luisa Lantieri, traballante, e con un altro, Maurizio Croce (espressione di Sicilia Futura), che non partecipa alle riunioni di giunta e ha un piede e mezzo fuori. E con gli assessori renziani che si muovono quasi da separati in casa. Ma non è solo sulla giunta che le divisioni interne del Pd gravano. Anche l’Assemblea regionale deve pagare il prezzo delle liti tra correnti all’interno del Partito democratico. Che non è stato in grado di comunicare i nominativi dei propri deputati per la composizione delle nuove commissioni legislative, costringendo la presidenza dell’Ars a sostituirsi nella decisione al gruppo, ancora impantanato nella scelta del nuovo capogruppo che succederà ad Antonello Cracolici, entrato in giunta.
È la maledizione del Pd siciliano, il partito dell’eterno stallo, dove non si riesce a prendere una decisione una che resista il tempo di una notte. Dal capogruppo alle commissioni, passando per l’atteggiamento da avere nei confronti del governo regionale e del prosieguo della legislatura, il Pd non riesce mai a parlare con una voce sola. Anche dopo gli sforzi che hanno preceduto il rimpasto: è bastata una manciata di giorni per tornare in ordine sparso, con i renziani che vestono i panni degli oppositori di lotta e di governo, pur tenendosi stretti assessorati e gabinetti, senza mai assumersi la responsabilità di uno strappo definitivo.
Né di lotta né di governo, il Pd siciliano si mostra invece come un partito correntizio imprigionato in una babele politica ingovernabile. Un po’ come è stato il partito nazionale fino all’avvento dell’uomo forte Renzi, un cui omologo dalle parti della Sicilia non si è visto. E così da anni il partito siciliano si contorce in una faida infinita tra le sue anime, come un contenitore di mini-partiti poco inclini a cedere sovranità a quegli stessi organismi che hanno concorso ad eleggere.
In questo contesto oggi Crocetta dovrà discutere con il partito nazionale della situazione dei conti. I renziani – Faraone lo ha ripetuto anche oggi a Palermo – chiedono riforme alla Sicilia in cambio della disponibilità a mettere mano alla situazione finanziaria della Regione (che il governo nazionale ha contribuito a determinare, anche se quasi non sta bene ricordarlo). Richiesta ragionevole in astratto, ma resta il paradosso del chiedere riforme mentre di fatto col muro contro muro interno al Pd si paralizza l’attività di governo e Assemblea. Un paradosso che ben rappresenta il Pd siciliano, né di lotta né di governo.

