PALERMO – Un processo che sta per iniziare, un’inchiesta ancora da completare per smascherare le bugie di alcuni testimoni e un giallo mai chiarito. Il 10 novembre prossimo Gaetano Maranzano si presenterà davanti alla Corte di assise di Palermo, imputato reo confesso dell’omicidio volontario di Paolo Taormina con l’aggravante dai futili motivi. Rischia la condanna all’ergastolo.
In Procura resta aperto il fascicolo per cinque persone indagate per avere reso false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Sono persone vicine o legate all’assassino.
Il colpo di pistola alla nuca
Il ventunenne è stato assassinato con la pistola calibro 9 che Maranzano, 28 anni, ha consegnato al momento dell’arresto. Un colpo alla nuca sparato da distanza ravvicinata una notte di ottobre dell’anno davanti al pub che la vittima gestiva assieme ai familiari di fronte il Teatro Massimo. Sono state scandagliate tutte le piste, anche quella del delitto d’onore suggerita dallo stesso Maranzano.

Disse di avere fatto fuoco perché il giovane lo aveva guardato con aria di sfida all’esterno del locale. Lo avrebbe riconosciuto perché qualche tempo prima la vittima ventunenne aveva rivolto degli apprezzamenti sui social alla ex moglie.
La questione d’onore
La questione d’onore, però, non è emersa dall’analisi dei cellulari, né dalle dichiarazioni dei protagonisti raccolte dagli investigatori coordinati dai pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Ornella Di Rienzo.
Taormina e Maranzano non si sono incrociati né direttamente, né indirettamente prima del delitto. La sera prima c’era stata una discussione banale per l’utilizzo del bagno. Nulla che, però, può essere qualificato come movente.
La rissa mai chiarita
Allora resta in piedi l’ipotesi che Taormina uscì dal locale quando si accorse che c’era una rissa che coinvolgeva gli amici di Maranzano. Ecco il punto mai chiarito. Un giovane dello Zen, quartiere da cui proveniva l’assassino, venne preso a schiaffi. Perché? Si era ipotizzato che potesse essere un pretesto per attirare l’attenzione di Taormina, ma gli schiaffi erano veri. Chi e perché litigò? I racconti dei testimoni sono confusi e pieni, secondo chi indaga, di volontarie amnesie.
Dopo l’omicidio Maranzano è andato a casa allo Zen, dove c’era la madre, e da un amico a cui ha consegnato le pacchiane collane che indossava al momento dell’omicidio e infine all’Uditore dove l’ex moglie viveva con la figlia. Anche questa è indicata come una scelta per cercare di presentarsi agli investigatori come un padre di famiglia. La donna è stata trasferita in una comunità lontano dalla Sicilia su ordine della Procura per i minorenni che ha chiesto la decadenza della potestà genitoriale per il padre. Ci sono delle foto raccapriccianti di Maranzano che impugna la pistola nel contesto familiare, noncurante del pericolo.
Nel video acquisito dagli investigatori si vede l’assassino sorprendere alle spalle Taormina, ucciso con un colpo di pistola alla testa. “Faceva lo scaltro e gli ho sparato”, ha detto l’assassino.
La telefonata al 112 arrivò alle 2:53 di notte. Alle 3:07 i sanitari del 118 constatarono la morte di Paolo Taormina davanti al pub “O Scruscio” in via Spinuzza. Dieci ore dopo i carabinieri grazie ad un video avevano ricostruito le fasi dell’agguato e arrestarono l’assassino.
“Alle 2.50, si verificava una lite”, hanno scritto i pm nel provvedimento di fermo. “Un soggetto aggrediva fisicamente un giovane”. Anche altri ragazzi si sarebbero scagliati contro di lui, pure con alcune bottiglie. Ma nessuno ricorda.
Il permesso per pregare
Maranzano nei mesi scorsi aveva chiesto di fare visita alla nonna morente. Il 12 ottobre 2025 il Gip gli aveva concesso il permesso ma l’incontro non si era potuto svolgere. Successivamente, con il parere contrario della Procura, il Gip negò la possibilità di andare a pregare sulla tomba della nonna assieme ai familiari.
La Corte di appello confermò il diniego. Era venuto meno il parametro dell’eccezionalità dell’evento e “le esigenze di raccoglimento in preghiera possono essere soddisfatte presso il luogo di detenzione”.
La Cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento che ritorna in appello per una nuova valutazione. “Circa l’incontro con i familiari va condivisa la motivazione del diniego – scrivono i supremi giudici nel provvedimento dello scorso maggio – atteso che il bisogno affettivo riguarda essenzialmente il rapporto (diventato ideale) tra il detenuto e la persona deceduta”.
“Raccordo intimo con la nonna defunta”
“Sotto tale profilo, va rivalutato il diniego del permesso a recarsi in preghiera presso il cimitero – aggiungono – trattandosi di una modalità concreta e socialmente accettata di raccordo intimo con la persona defunta”.
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La morte della nonna resta un “evento eccezionale nel percorso di vita di ogni persona. La mancata esecuzione del permesso non comporta una “riduzione della eccezionalità dell’evento” e impone una riflessione più approfondita sulle modalità sostitutive di realizzazione del bisogno affettivo”.




