Omofobia, Dario Accolla: |“Un veleno nelle relazioni sociali”

Omofobia, Dario Accolla: |“Un veleno nelle relazioni sociali”

“Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile”, il saggio di Dario Accolla, insegnante, blogger e attivista lgbt, sarà presentato domani pomeriggio alla Biblioteca comunale di Catania alle ore 18:00.

CATANIA – “Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile”. Questo il titolo del saggio di Dario Accolla, insegnante, blogger e attivista lgbt che sarà presentato sabato pomeriggio alla Biblioteca comunale di Catania. Il libro, edito Villaggio Maori, è dedicato a “chi non ce l’ha fatta” ma anche “a chi non permetterà a nessuno di scegliere per la propria vita e la propria felicità”. Ragazzi e ragazze omosessuali e transessuali che ogni giorno si scontrano contro varie e variegate forme di discriminazione costruite ad hoc da un sistema “eterosessista” e patriarcale, che crea recinti dove collocare le minoranze (“corpi estranei da eliminare dal tessuto sociale”), alimentando stereotipi e pregiudizi. Centrale è soprattutto l’analisi del linguaggio, prima forma di conoscenza ed elemento cruciale per la costruzione del reale spesso utilizzato come strumento per creare “diffidenza sociale” rispetto a una categoria specifica. Nel caso dell’omosessualità la lingua risponde a un processo ora di negazione, ora di disumanizzazione della persona omosessuale – come evidenziato da Accolla – attraverso epiteti e insulti che affondano le loro radici nei campi semantici del mondo animale (puppo), vegetale (finocchio) o “quelle inerenti all’anatomia umana relativa all’apparato fecatorio”. Accolla offre così uno spaccato del fenomeno del bullismo di matrice omofoba partendo dai risultati di un questionario online somministrato a giovani in età compresa tra i tredici e i venti anni di nove città, distribuite tra nord (Torino, Milano, Padova e Bologna), centro (Firenze e Roma) e sud (Napoli, Catania e Cagliari). Un saggio importante perché – come si coglie sin dalle prime battute del testo – la partita è soprattutto di matrice culturale, e una volta individuato il meccanismo: il re è nudo.

Accolla, come è nato il saggio?

Ho avuto la fortuna di conoscere la mia editor, Francesca Calà, che lavora per Villaggio Maori, una casa editrice giovane e dinamica che si occupa di questioni di genere e diritti delle minoranze. Erano interessati a indagare questo aspetto della violenza omofoba e mi hanno proposto di occuparmene. Per me è stato un invito a nozze, avendo un dottorato in Filologia moderna ed essendo specializzato in studi linguistici.

Come nasce il bullismo omofobico?

È una forma di un fenomeno più ampio, un insieme di violenze che colpisce fasce di popolazione scolastica per diverse ragioni. Chiunque può essere vittima di bullismo e per i motivi più vari: perché si è grassi, perché si è timidi, perché visti come “sfigati”, ecc. Se vieni percepito come gay la situazione si complica ulteriormente, perché a un fenomeno complesso e difficile (le violenze tra pari in aula) si associano discriminazioni dovute a uno specifico pregiudizio sociale, che trova anche una giustificazione per motivi religiosi e di etica individuale. Ciò porta il bullo a ritenersi dalla parte del giusto. La violenza rischia perciò di essere percepita come soluzione rispetto alla colpa di essere gay. Ciò non avviene con le altre forme di bullismo. Nella narrazione sociale, ad esempio, razzismo e sessismo sono visti come disvalori. Per i sentimenti omofobi non è ancora così.

Perché parla di omofobia come mostro a tre teste?

Perché è un fenomeno sfaccettato, che si realizza almeno in tre ambiti specifici. Innanzi tutto tra pari, ovvero tra giovani nelle sedi specifiche (scuole, oratorio, palestre, ecc), in queste sedi stesse, poi, le vittime non trovano supporto da parte del mondo degli adulti, anzi, a volte i “grandi” riproducono quello stigma o lo minimizzano. E quindi il soggetto emarginato si vede discriminato anche dal docente, l’allenatore, ecc. Infine, c’è il terzo livello, quello dell’omofobia istituzionale. Politica, chiesa e media sono produttori o veicolo di messaggi contro le persone LGBT. Immaginiamo come può sentirsi un ragazzo o una ragazza che vede tutto il mondo attorno come potenziale nemico della sua dignità di persona.

Come è strutturata la ricerca sul campo?

Ho intervistato 333 rispondenti, di entrambi i sessi e di diverso orientamento sessuale, distribuiti per nove città campione da nord a sud. Il campione non è rilevante dal punto di vista statistico, ma è enorme se teniamo conto che questa è una ricerca linguistica. Ho quindi sottoposto un questionario on line in cui si è indagato sulle origini dell’omofobia, del pregiudizio sulle cosiddette sessualità non normative e su quale linguaggio viene utilizzato per raccontare la diversità sessuale.

Ci sono differenze tra nord e sud del paese?

Come ho già detto il questionario non ha valenza statistica assoluta, per cui i dati raccolti sono indicativi non della realtà del paese, ma del campione intervistato. Più in generale, direi che l’Italia soffre ancora di un certo provincialismo nel trattare certe tematiche, soprattutto in tema di sessualità, diversità e di educazione alle differenze. Poi ci sono delle differenze tra nord e sud, ma non credo sia questo il nodo del problema. Il fatto è che nel nostro paese ci si permette ancora oggi il lusso di essere omofobi.

Qual è la situazione riscontrata nella città etnea?

I rispondenti di Catania, che è una delle nove città campione, hanno un comportamento abbastanza contraddittorio nei confronti dell’omofobia. Come i loro corrispettivi delle altre città, sono abbastanza concordi nel condannare certe manifestazioni di odio e discriminazione. Sta passando in pratica l’idea che, come il razzismo, la violenza contro le persone LGBT è qualcosa di politicamente scorretto. Dubito però che si sappia davvero cosa sia l’omofobia perché poi, nella pratica, gli/le adolescenti etnei hanno dato prova di nutrire e cavalcare quei pregiudizi che, almeno a parole, dicono di disconoscere. Per cui troveremo affermazioni politicamente corrette, seguite poi da dichiarazioni in cui si distinguono ancora i gay dalle persone “normali”, ecc. Atteggiamento diffuso anche in altre città campione, ad ogni modo.

Quanto incide il linguaggio nella creazione dello stereotipo?

Se ci pensiamo bene, il linguaggio è la prima forma di esperienza che spesso si fa riguardo le persone LGBT. Noi non conosciamo da subito un gay o una lesbica, ma impariamo che la loro condizione è qualcosa di svantaggioso, da evitare. Impariamo perciò prima il pregiudizio e dopo, semmai, veniamo in contatto col fenomeno. In questo passaggio veniamo nutriti da parole poco edificanti nei confronti della gay community. Si pensi agli insulti con cui si descrive questa minoranza, per avere chiaro il quadro. Si pensi a quanto dicono certi attori sociali, come chiesa e politica, che parlano di gay come pericolo per i bambini e per la famiglia. Questa è una vera e propria violenza verbale che trova nel linguaggio un canale privilegiato di diffusione. Ribadisco: possiamo ancora permetterci questo stato di cose?

 Come si innesca la costruzione linguistica del diverso?

Come ho già spiegato, noi non facciamo esperienza diretta della diversità ma essa ci viene raccontata attraverso le categorie del pregiudizio. Il linguaggio viene quindi utilizzato non per costruire conoscenza su una fenomenologia (nel caso specifico, l’omosessualità), ma per creare diffidenza sociale rispetto a una categoria specifica. Non solo i gay sono trattati in questo modo. Si pensi a cosa viene detto di migranti e rom, per fare due esempi a noi molto vicini. È un dispositivo culturale di difesa. Solo che è un dispositivo sbagliato, perché demonizza la diversità, invece di comprenderla e di affrontare le sfide che il presente ci riserva.

Perché l’educazione alle differenze nelle scuole fa così paura?

Nel corso dei secoli si è sviluppato un modello di potere, basato sulla figura dominante del maschio, a discapito non solo dell’elemento femminile (e basti pensare come sono state trattate le donne per lunghissimo tempo), ma anche di tutti quei soggetti ritenuti fuori norma. Omosessuali in primis. L’educazione alle differenze mira a porre rimedio a questo squilibrio, affermando – nel nome delle pari opportunità – un nuovo modello sociale in cui non c’è un genere privilegiato, ma persone meritevoli di rispetto per la loro umanità. Evidentemente questo nuovo modello dà fastidio a quei soggetti avvantaggiati dal dominio maschile. Non è un caso che i primi a ribellarsi ai modelli paritari siano appunto i rappresentanti del potere religioso, che su quello squilibrio hanno impostato un certo predominio di tipo politico, sociale, economico, ecc. Perché se domini il corpo e il desiderio, domini l’interezza dell’essere umano. Per scongiurare che ciò avvenga, si sono inventati il fantasma del “gender” a scuola, rendendo l’educazione al rispetto un argomento tabù. Mi chiedo sempre da quale parte stanno le famiglie: se dalla parte della prole, che dovrebbe vivere in un contesto di piena uguaglianza, o se dalla parte di chi vuole ancora una società basata sulle discriminazioni.

Affronta questi temi a scuola in veste di insegnante?

Sono un insegnante dichiarato, con colleghi/e, allievi/e, famiglie. È inevitabile che emergano curiosità e domande sul mio personale, così come avviene per qualsiasi altro docente. Ovviamente in aula non bisogna fare l’errore di fare “attivismo” politico, perché non è quello il luogo della lotta sociale. A scuola bisogna formare gli individui, la cittadinanza del domani. Educare al rispetto è fondamentale, se vogliamo costruire una società migliore. Non insegnerò mai nelle mie classi che si deve essere a favore del matrimonio egualitario, ma non ho problemi a dire, se dovessero chiedermelo, che vorrei sposarmi nel mio paese con l’uomo che amo.

Quali sono i rischi sociali dell’omo-transfobia?

Si pensa che lo stigma omo-transfobico sia “roba da froci”. In verità può colpire chiunque. Ci sono casi di suicidi di ragazzi additati come gay e magari erano solo “diversi”, più gentili, più delicati o fragili. O più banalmente, si usava il riferimento all’omosessualità per denigrarli coscientemente. Alcuni di questi non hanno accettato la vergogna e si sono suicidati. Se erano gay, la cosa è grave. Se erano etero ciò dimostra che l’omo-transfobia, nata come dispositivo per preservare la maggioranza dei “normali” dall’omosessualità, non solo non assolve al suo compito, ma addirittura fa fuori le persone che dovrebbe proteggere. È un veleno potentissimo che inquina le relazioni sociali. Io credo che sia preferibile un modello che riconosca ogni identità sessuale, nel pieno rispetto dell’umanità di ognuno/a di noi. Non ci sono alternative, a questo. Oppure saremo costretti a tenerci le cose per quelle che sono: una società maschilista, discriminatoria, che genera femminicidio, discriminazioni e violenze. Ripeto, per l’ennesima volta: noi da che parte vogliamo stare?

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