PALERMO- Il maestro è nell’anima di chi lo guarda, mentre beve un po’ d’acqua e sembra il prode Rinaldo che si disseta nella gola rovente di una battaglia; di chi lo ascolta mentre batte il piede sul palco, evocando miti d’oro e di guerra; di chi scambia due chiacchiere con lui, al bar di Peppe Rizzuto – a due passi da via Cavour – suo amico e ammiratore, e si sente consacrato da una sorgente di bellezza.
Il maestro Mimmo Cuticchio è felice. Si nota da come si muove, dagli occhi che hanno lasciato il campo, in mezzo a tante storie, al consueto miracolo di una venuta al mondo. “E’ nato mio nipote Mimmo Junior, figlio di mio figlio Giacomo. Sì, è vero, una nascita è sempre un miracolo. Cosa farà? Quello che fanno i bambini. Giocherà, imparerà, noi gli mostreremo quello che facciamo e lui prenderà la sua strada liberamente. La vita appartiene alla vita”.
Maestro, una vita, la tua, tra pupi e cunti. Con l’ardore di sempre stai seminando a Palermo un mese di magia, con i tuoi personaggi e le tue leggende. Cosa provi quando prendi un pupo in mano?
“Sai che non so dirlo. Sarebbe come chiedere a un pesce cosa pensa dell’acqua. E’ il mio elemento, il mare in cui nuoto. I pupi sono stati e continuano a essere i miei compagni di giochi, la mia famiglia. Per qualche anno ho avuto, lo confesso, una grande passione per il circo, poi anche io mi sono confermato sulla mia strada”.
Sei nato a Gela, figlio di artisti itineranti, era il 1948.
“Sì, papà Giacomo era sempre in viaggio e tutti lo conoscevano. C’era un pubblico appassionato, tifoso e colto. E ti parlo di gente che oggi definiremmo umile come i pescatori. Conoscevano i miti dei paladini a memoria. Magari qualcuno si alzava, in platea, e protestava: ‘Scusi, perché stanno vincendo questi, quando dovrebbero vincere quelli’. E pure papà studiava. Magari qualcuno aveva un eroe preferito e se, in scena, veniva sconfitto non ci dormiva la notte”.
Il tuo eroe d’affezione?
“Ferraù, un saraceno nobile e coraggioso. Nemico dei cristiani, ma amico di Rinaldo per cui ho nutrito sempre una certa simpatia. Uno con una voce bella e fiera che in battaglia non si arrendeva mai e le cantava chiare perfino a Carlo Magno (e qui il maestro si esibisce in trenta secondi di Ferraù che manda a ramengo il re dei franchi, trenta secondi d’incanto che lasciano il fiato sospeso, ndr)”.
E il prode Orlando?
“Lo rispetto, ma è uno che obbedisce, che cala la testa, così diverso da me. E sbaglia. E’ capitano generale dell’esercito, ministro… Ogni tanto potrebbe fare valere il suo punto di vista”.
Come è stata Palermo con te?
“Capovolgendo il motto per cui non devi chiedere cosa il tuo paese può fare per te ma tu cosa puoi fare per il tuo paese, ora mi viene da domandare: ho fatto tanto per Palermo e Palermo cosa ha fatto? Il pubblico mi ha seguito e ha partecipato sempre ai miei spettacoli, ai miei progetti. Questo mi basta. Il resto non mi interessa più”
Di recente sei stato protagonista di una fantastica avventura.
“Sì, ho recuperato alcuni pupi che mio padre aveva lasciato a Parigi. E’ una storia lunga…”.
Raccontiamola
“In breve, papà era stato a Parigi per uno spettacolo e siccome doveva tornare subito a Palermo, per capire come muoversi, aveva venduto i pupi a un professore di Molfetta che stava lì, un gentiluomo che aveva una smisurata passione per la sua arte. Quel professore in seguito li aveva portati proprio a Molfetta. Accadeva molti anni fa”.
Dopo che è successo?
“Ho avuto modo di parlare con i suoi figli, due persone squisite, abbiamo trovato un accordo. Alcuni li hanno tenuti loro perché ci sono affezionati, altri li ho ripresi. Il cammino da Molfetta, con un furgone di fortuna, con Elisabetta, mia moglie e splendida compagna di viaggio, è stato allietato dal sole per tutto il tempo. Nelle stesse ore nasceva mio nipote. Un’esperienza che intreccia nascita e rinascita. Io non credo alle coincidenze”.
A Palermo ci sono più pupi o pupari?
“Azzardo una battuta: a Palermo ci sono pupi, pupari e perfino pupazzi, persone che vogliono stare alla ribalta, ma che, in qualche caso, valgono poco”.
Per esempio?
“Anche nel mio mestiere… Se devi farlo bene, devi studiare, prepararti, impegnarti con la pratica. Devi seminare affinché spunti qualcosa di bello. Altrimenti, favorisci l’invasione delle erbacce che creano confusione”.
Ma tu credi ancora a Palermo, alla sua capacità di essere migliore?
“Ci ho creduto tanto negli anni della Primavera, oggi sono un po’ sconfortato. Però, non smetto di credere e continuo a combattere”.
Proprio come Ferraù?
“Sì”

