PALERMO– Il tenero Gigi è fortissimo, ma l’aggettivo iniziale per Gigi Borruso – uomo di scena smisurato – calza a pennello, perché in lui si avverte una certa poetica dello spaesamento che ricorda un celebre personaggio della ‘Settimana Enigmistica’ – che di nome faceva Giacomo – in grado di trascinarti all’ultima pagina con la curiosità e di ripagarti con una soluzione surreale che scompigliava un po’ l’album delle risposte consuete.
Ora, Gigi si esibisce, con altri validi colleghi e discepoli – Dario Frasca, Alessandra Guagliardito e Lucrezia Orlando sul palco. Scene e costumi sono a cura della scenografa Valentina Console che da anni collabora con lui. Alle luci provvede Vittorio Di Matteo e si tratta di una produzione del Teatro Ditirammu, in calendario fino al 15 dicembre – riportando alla ribalta ‘Victoria Station” e ‘Il bicchiere della staffa’, due testi impegnatissimi di Harold Pinter. Sicché, sorseggiando un caffè, da profani, sapendo che per tanti Milan Kundera suonerebbe come una finale di Coppa Intercontinentale, viene proprio da chiedergli…
Gigi, ma sei impazzito?
“No, semplicemente credo nella qualità e nella capacità delle persone di riflettere, di emozionarsi in profondità. E le risposte sono ottime. Vengono a teatro con partecipazione e ne escono soddisfatti, seppur scossi”.
Perché una simile scelta?
“Perché ho avvertito la necessità di misurarmi e di far misurare i miei compagni di viaggio con un testo alto, letterario, non costruito sulle scene. E di mettere in circolazione parole di spessore”.
Tu hai fede nelle parole di spessore?
“Ci ho costruito sopra la mia vita. Pinter è l’autore con cui mi sono subito trovato da giovane, grazie al mio mentore, il grande Michele Perriera. Si tratta di lavori che svelano i meccanismi del potere, che ne approfondiscono gli ingranaggi. Discorso universale, ma anche palermitano. Palermo è una città di potere, o meglio di poteri, che hanno la forza di decidere, di mandare avanti o di bloccare”.
Ecco, il nome di Perriera mette in moto il senso di colpa, visto che parliamo di ingranaggi. Un grandissimo autore che, a prescindere dalla retorica e dall’incenso delle sacrestie occasionali, è stato sostanzialmente rimosso.
“Perché è un poeta che parla soprattutto alla cattiva coscienza e la prende in castagna. Molto scomodo per i palermitani e non solo per loro. Michele aveva le sue idee, ma non apparteneva a nessuno; si permetteva di pensare quello che voleva. Sono peccati imperdonabili… E poi era un appassionato del dubbio e tanto altro”.
Per esempio?
“Un tipo spiritosissimo, così lontano dall’iconografia ufficiale, che lo ritrae ombroso, chiuso, difficile. Sapeva ridere, coltivare l’ironia, proteggere con affetto paterno. E’ vero, la sua città lo ha dimenticato e un po’ tradito. Ma le parole di spessore valgono ovunque e le sue restano e resteranno”.
Ne sei convinto?
“Abbiamo portato a Danisinni, roccaforte di bisogni e di speranze, dove c’è il nostro laboratorio di teatro DanisinniLab, che è un progetto del Museo Sociale Danisinni, Antigone di Sofocle nelle case; l’abbiamo recitata intorno al tavolo in cucina. E gli amici mi dicevano che ero pazzo”.
Come è andata?
“Benissimo. I residenti del quartiere si sono appassionati. Il teatro ha più di un linguaggio, parla a tutti, anche se non lo interpreti con i soliti schemi culturali. Anzi, l’innocenza, la mancanza di pregiudizi, può aiutarti a percepire concetti e sentimenti in modo più immediato, come una vera e propria esplosione”.
Quante volte vi riunite a Danisinni?
“Due giorni alla settimana. Ci sono gli abitanti della zona e c’è chi viene da fuori, puntiamo alla mescolanza, senza barriere mentali. Vado io o va Stefania Blandeburgo, attrice preziosa. Ora vorremmo capire qual è, a riguardo, l’atteggiamento delle istituzioni culturali palermitane: se ci appoggiano, o se è una cosa che gestiremo noi e basta”.
Come ti appare Palermo in questo giorno autunnale rispetto agli autunni di qualche anno fa?
“Da un canto è una città che cambia. Per altri versi si tiene stretta ai suoi vizi, alle sue contraddizioni. C’è il calore e c’è il gelo. C’è la rassegnazione e c’è la rinascita. Ci sono le macerie e quelli che cercano di ricostruire. Una città che non riesce a essere fino in fondo comunità, con un ego ipertrofico e con tanti vecchi poteri in concorrenza che frenano l’ascesa di eventuali novità. Poteri che sanno vendicarsi all’occorrenza”.
La migliore qualità del palermitano?
“Il disincanto che non è rassegnazione, ma l’arte di dare l’esatta misura alle cose, di approfondire, di conoscere. E’ il contrario del fanatismo, apre le porte alla tolleranza, alla generosità. Perciò mi va benissimo”.
E il teatro che c’entra?
“C’entra perché ha una fortissima carica di indagine, attraverso la metamorfosi. Con il teatro puoi diventare un altro, sperimentando le tue emozioni. Puoi dare sfogo a quello che vuoi, tanto non sei mica tu. E impari che si può cambiare”.
Hai avuto le occasioni giuste per andare via da qui?
“Sì”.
Allora, perché non sei mai andato via?
“Potrei dire che amo Palermo e sarebbe una risposta sincera. Preferisco procedere oltre, Palermo è il mio nutrimento, qualcosa che alimenta la linfa più profonda di chi è nato qui”.
Cioè?
“Stiamo parlando dell’anima. Che, si dice, sia immortale. Quella d’un palermitano, sicuramente, testarda.

