Palumbo chiama a raccolta la base| “Ritorniamo protagonisti”

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10 Luglio 2018, 10:00

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CATANIA – Un manifesto appello per chiamare a raccolta la base democratica dopo la Caporetto delle Politiche. E non solo. Gaetano Palumbo, segretario del circolo Università del Pd etneo, prova a lanciare un sasso nello stagno di un partito in crisi d’identità. L’obiettivo è recuperare la base popolare smarrita dopo la trasformazione antropologica del partito e uscire dal pantano del contenitore non identitario. L’analisi di Palumbo parte da lontano e tocca diversi aspetti sociali e politici non senza un’impietosa radiografia del partito locale.

 Sinistra, anno zero?

No. Direi sinistra, punto e a capo.

 Da dove si riparte?

Si riparte dall’analisi di quello che sono stati gli ultimi quattro anni e da un’ondata di disfatte che tocca l’apice alle politiche, ma che ha radici profonde che partono dal referendum del 4 dicembre e proseguono con un’onda lunga di sconfitte nei comuni e nelle regioni. Se non si parte dall’analisi della sconfitta e dallo scollamento con il nostro popolo storico evidentemente non si riesce a ripartire.

La diaspora di questo popolo è legata al fatto che si è virato verso politiche neoliberiste?

Parlo da vecchio militante della sinistra. Il nostro partito è stato sempre sentimentale con un elettorato che lo ha votato per rappresentanza e per sentimento perché crede in determinati valori. Quando nel 2007 decidemmo di fare una sintesi tra cattolici e progressisti si decise di creare un campo di centrosinistra a vocazione maggioritaria, ma che guardava alla socialdemocrazia. Quando questi confini sono scavalcati e il partito si svuota delle persone che vuole rappresentare, virando verso altri modi di interpretare la politica a livello economico e sociale, evidentemente si provoca una mutazione del partito e dell’elettorato. Si rischia di perdere una grossa fetta dell’elettorato storico e non è detto che si conquisti un elettorato moderato. Alle politiche è avvenuto questo.

Storicamente i punti di forza della sinistra erano i circoli e la presenza capillare sul territorio. Possiamo dire che il partito liquido di renziana memoria ha fallito? O forse i prodomi erano già presenti nel partito leggero teorizzato da Walter Veltroni?

I due modelli sono molto diversi e, pur non essendo mai stato un tifoso sfegatato di Veltroni, devo dire che non mi ha mai convinto la figura di Renzi perché il partito snello, teorizzato da Veltroni, voleva essere meno burocratico e ringiovanito nelle idee, ma era ancorato a un patrimonio ideale di sinistra legato al socialismo europeo. Diverso il caso del partito liquido e della rottamazione teorizzati da Renzi che presupponevano un’impostazione liquida della struttura territoriale. Se non guardiamo alla storia non possiamo essere grandi artefici del presente. Questo partito ha smesso, in un certo senso, di avere regole e una sua articolazione territoriale senza valorizzare i soggetti che avevano dato corpo e sangue al partito stando nei territori. Ma ha aperto le porte a chiunque. Non parlo di pedigree di provenienza e non sono nessuno per dare patenti morali, ma lamento la mancata condivisione di certe scelte con la base, mi riferisco alla mancata valorizzazione dei militanti e dei circoli. Così c’è un partito che è soltanto fatto da classe dirigente e non rappresenta più nessuno.

Il partito di Catania come lo vede?

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Un microcosmo nel macrocosmo. Un partito che oggettivamente negli ultimi anni è stato poca roba. Abbiamo avuto una giunta di centrosinistra che certamente ha ereditato una situazione poco florida, sono stati commessi certamente degli errori ma anche delle cose positive, ma il Pd poteva svolgere un ruolo determinante e invece è rimasto del tutto silente sull’azione di governo. Se il Pd fosse stato più propulsivo sull’azione governativa forse oggi quell’esperienza non si sarebbe interrotta lasciando spazio a ricette populiste che hanno fatto male e continueranno a farne alla nostra comunità.

In consiglio comunale si nota l’assenza di consiglieri che vengono dalla tradizione di sinistra e in più non c’è il gruppo del Pd. Come ripartirete dall’opposizione?

Un’opposizione è necessaria anche alla luce del primo provvedimento adottato dal sindaco Pogliese alla guida una giunta di centrodestra che sembra essere affine alla virata del governo gialloverde. Multare chi trova un rifugio per strada è una manovra di stampo populista se non va coadiuvata dalla progettazione di strutture di assistenza, mense sociali e rifugi per la notte. Se scacciamo queste persone dal centro e la portiamo altrove non facciamo altro che aggravare la situazione in quartieri periferici già pieni di problemi e rischiamo che queste persone siano messe in pericolo. Per cui la nostra opposizione deve essere dura, forte e decisa. Per farlo bisogna capire qual è il campo d’azione del Pd e chi vuole rappresentare. Rischiamo, in caso contrario, che i consiglieri eletti nelle liste vicine al partito parlino a titolo personale.

Sembra complicato anche il ruolo di opposizione a livello nazionale senza un’analisi della sconfitta.  

Storicamente si è chiusa la fase del renzismo. Non mi sento di bocciare le esperienze dei governi Renzi e Gentiloni. Di certo dal punto di vista dei diritti civili si è fatto un grosso passo in avanti, penso al riconoscimento delle unioni civili, al dopo di noi e al biotestamento senza contare buonissime leggi come quella contro il caporalato o il provvedimento “Resto al Sud”. Però ci siamo un po’ dimenticati di quelli che sono i diritti sociali. Se la middle class, statali e insegnanti in prims, ci ha abbandonati qualche domanda dobbiamo farcela e non derubricare tutto a un problema di comunicazione.  Sarebbe molto autocelebrativo e ci farebbe apparire tronfi. Chiediamoci perché tanti elettori ci hanno voltato le spalle affidandosi a facili populismi. Evidentemente lo hanno fatto perché noi siamo mancati nei luoghi dove regna il disagio sociale. Noi dobbiamo ripensarci in maniera radicale.  C’è in campo la proposta di Zingaretti, una persona di spessore e non divisa. Ma voglio andare oltre i nomi. Dobbiamo capire chi siamo, chi vogliamo rappresentare e in quale campo vogliamo stare. Dire che il Pd è “europeista e riformista” non basta. Rischiamo di creare un contenitore vuoto perché si può essere europeista alla maniera originaria solidale chiedendo meno austerity e più speranza per i giovani. Ma europeista lo sono anche i sostenitori di tecnocrazia e austerity. Lo stesso vale per il riformismo. Penso alle parole di Romano Prodi a Calenda: ci sono sempre una destra e una sinistra nel campo fiscale, economico e sociale.

La stella polare dovrebbe essere la lotta alle diseguaglianze?

Sì. Quella che era la stella polare dell’Ulivo e del Pd. Dobbiamo guardare al mondo salariale, alle piccole imprese e ai giovani laureati che non trovano lavoro. Servono posizioni radicali, ma se continuiamo con ricette vaghe o progetti macroniani (Macron è per altro l’artefice della morte del partito socialista in Francia) questo partito sarà destinato a diventare un contenitore vuoto che rappresenta una parte esigua della società e non una larga parte di essa.

Lei è giovane e ricopre il ruolo di segretario di circolo. Che spazio si ritaglierà in questa fase di ricostruzione?

I circoli sono stati svuotati dal loro ruolo e da qui dobbiamo ripartire. Dobbiamo inserire un elemento di novità sul piano nazionale. Ho avuto modo in queste settimane di sentire compagni di partito, sia a livello locale sia nazionale, per scrivere un manifesto-appello per l’unità del centrosinistra che veda come protagonista la base. Dovremmo creare un movimento anche a livello nazionale che riesca a raccogliere le adesioni di simpatizzanti, militanti e dirigenti del Pd in grado di creare una nuova passione anche al di fuori del perimetro del Partito Democratico.

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10 Luglio 2018, 10:00

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