Questa Sicilia della speranza difficile

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Pippo Russo
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Si può rinascere

È difficile parlare di speranza, guardando alla Sicilia di oggi che appare spesso immobile, prigioniera di problemi atavici che sembrano non conoscere soluzione. Ciò, nonostante alcune rappresentazioni ottimistiche di chi governa, basate sui buoni numeri di bilancio e sulla crescita del Pil. Evidentemente non basta.

La sanità è in affanno cronico, con liste d’attesa ancora lunghe. Interi territori soffrono la mancanza d’acqua. Le infrastrutture, soprattutto stradali e autostradali, restano insufficienti, ostacolo quotidiano alla mobilità e allo sviluppo. Ogni anno gli incendi divorano ettari di bosco e macchia mediterranea, distruggendo ambiente, case, imprese e, talvolta, vite umane: una tragedia annunciata.

I giovani continuano a emigrare, portando altrove intelligenza, energia e futuro. Chi resta deve confrontarsi con un mercato del lavoro asfittico e una sub-cultura radicata del “chi conosci?”. La politica sembra inchiodata agli stessi schemi da decenni, priva di credibilità, intrappolata in scontri di potere, questioni morali irrisolte e insensibile alle grida di un’Isola che chiede risposte.

La cronaca ci avverte che la mafia tenta di riorganizzarsi e di imporre con violenza il pizzo. Eppure, proprio in questo quadro così pesante la Sicilia può sperare. Può sperare se capirà che nessuno verrà a salvarla al posto suo.

Non lo Stato centrale, non l’Europa, non un messia politico. Solo i siciliani possono riscattare la Sicilia. Può sperare, quando tornerà alle urne in massa, rompendo l’astensionismo che oggi consegna il potere a minoranze organizzate e autoreferenziali.

Può sperare se avrà il coraggio di cambiare tutta la classe dirigente, pretendendo competenza, onestà e risultati misurabili, rinunciando una volta per tutte a privilegi, scorciatoie, corsie preferenziali per sé, i familiari e gli amici. Può sperare soprattutto se comprenderà che i suoi mali non sono scritti nel destino ma sono il risultato di scelte umane precise, errori, omissioni, complicità, pigrizia, paura.

A queste ragioni fondamentali se ne aggiungono altre, realistiche e potenti. La Sicilia possiede un patrimonio culturale e paesaggistico di straordinario valore mondiale. Ha un’agricoltura di eccellenza che può diventare il cuore di una filiera agroalimentare ad alto valore aggiunto, legata al turismo e all’export. Dispone di un potenziale enorme nelle energie rinnovabili, sole, vento e geotermia la rendono ideale per una transizione verde che potrebbe creare migliaia di posti di lavoro qualificati.

Esistono oasi di eccellenza – università, sanità, centri di ricerca, startup innovative – che dimostrano come talento e volontà possano emergere a dispetto di tutto. Esiste una società civile fatta di associazioni, cooperative, imprenditori e giovani che non si arrendono.

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La speranza della Sicilia passa quindi da una rivoluzione culturale prima ancora che economica o politica, dalla consapevolezza che il cambiamento è possibile quando si smette di cercare colpe esterne e si inizia ad assumersi responsabilità. Quando si premia il merito invece della fedeltà, la competenza invece dell’appartenenza, la trasparenza invece dell’opacità.

La Sicilia non è condannata. È ferma. Se i siciliani lo vorranno davvero questa terra potrà finalmente corrispondere al suo immenso potenziale. Non per miracolo, per scelta. E allora sì, la Sicilia potrà sperare, anzi, rinascere.


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