PALERMO – Se la politica si sosituisce alla giustizia, non c’è più giustizia. Il senso di quella sentenza è tutto lì. Lo scorso marzo il Tar di Palermo si è espresso sul ricorso avanzato da un ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa, Salvatore Zappalà, accogliendo la richiesta di quest’ultimo, cacciato via dal Cga direttamente dal presidente della Regione Crocetta. “Quella revoca è immotivata”, spiegano i giudici amministrativi. Ma nel testo della loro sentenza, ecco un ammonimento che suona, oggi, assai inquietante: “Un potere di nomina funzionale non all’interesse pubblico, ma al legame personale o politico fra l’amministrazione regionale ed il designato smentirebbe la posizione di terzietà”. Un requisito, quello di esssere “terzi”, che si aggiunge a quelli dell’indipendenza e dell’autonomia dei componenti del Consiglio. Una bacchettata che non arriva casuale. Crocetta, nel cacciare Zappalà, ha fatto posto a uno dei suoi “avvocati personali” e a un ex deputato passato dall’opposizione alla sua maggioranza: Elisa Nuara e Titti Bufardeci. Quest’ultimo, tra l’altro, finito nel calderone dei politici indagati dalla Corte dei conti per le spese pazze all’Ars.
Ma la giustizia in questo modo non è più giustizia, trapela dalla sentenza di quei giudici che fanno parte proprio dell’organo di giustizia teatro dei fatti. Il Tar rappresenta infatti il primo grado per chi intraprende un contenzioso di natura amministrativa. Il Cga è il secondo. Ed è una specialità della casa. Dell’Isola. Che vanta il “lusso” di un organo tutto siculo, mentre nel resto d’Italia lo stesso ruolo è svolto dal Consiglio di Stato. Lo prevede lo Statuto siciliano, all’articolo 23, sebbene originariamente fossero previste solo delle articolazioni territoriali del Consiglio di Stato. Il Cga. istituito con decreto legislativo ne 1948, raccontano diversi studiosi, sarebbe il frutto anche della pressioni del Foro palermitano che chiedeva una sorta di risarcimento per l’abolizione, nel 1923, della Corte di cassazione del capoluogo.
In Sicilia, però, a volte le disinvolture proprie della gestione del “sottogoverno” finiscono per compenetrare anche l’amministrazione della giustizia. Qualcuno obietterà che l’attività del Cga si esplichi sotto due forme diverse. Che si traducono in due specifiche sezioni. La prima è quella giurisdizionale. Quella cioè che ha il compito di giudicare, emettere sentenze, ordinanze, decreti. L’altra è quella consultiva, impegnata nel rilasciare, sostanzialmente, pareri nei confronti dell’amministrazione regionale. Ma la sentenza del Tar del marzo scorso allontana ogni dubbio. Facendo riferimento, in genere, ai componenti laici del Cga. A prescindere dalla sezione di riferimento. Laici. Che non dovrebbe significare “politici”. E che dovrebbero essere affiancati ai magistrati togati, nominati tra i giudici del Consiglio di Stato. Nel formare quel “potere invisibile” che in qualche caso decide le sorti di appalti, finanziamenti, elezioni, concorsi. Che decide insomma, la vita di migliaia di cittadini e della Regione. È il caso, ultimo, dell’intervento del Cga sul progetto “Prometeo”. Una sentenza che “boccia” l’operato del governo regionale. Così come aveva fatto in passato, del resto. Quando, giusto per fare un esempio tra i più eclatanti, aveva censurato il tentativo di recuperare, attraverso il blocco dei nuovi finanziamenti, i soldi illegittimamente versati (secondo la Corte dei conti) agli enti di Formazione e che portò al rinvio a giudizio e poi alla condanna (della magistratura contabile), tra gli altri, del segretario generale Patrizia Monterosso, dell’ex governatore Raffaele Lombardo e ad alcuni suoi ex assessori: Santi Formica, Carmelo Incardona e Luigi Gentile.
Un potere, quello del Cga che a volte finisce per fungere da contrappeso all’abuso della politica e dell’amministrazione. E proprio per questo dovrebbe essere libero dalle contaminazioni politiche. Il cambio di maggioranza politica – precisa la sentenza del Tar sul caso Zappalà – non può essere alla base di alcuna nomina nel Cga, un organo che deve “accreditarsi come effettivamente terzo e imparziale”. E il principio, come spesso accade, si scontra con la realtà dei fatti. Quella che vede, tra le ultime designazioni del governatore un ex parlamentare passato, esattamente il mese prima della nomina, dal Grande Sud di Gianfranco Micciché alla maggioranza del governatore e quella che lo stesso presidente della Regione siciliana ha presentato, come raccontato anche da un articolo del giornale La Sicilia, come “il proprio avvocato personale”, cioè Elisa Nuara che fu anche il vicesindaco dello stesso Crocetta.
Ma il Cga, ovviamente, non è composto solo da “fedelissimi” del presidente della Regione. Giudici silenziosi, nella maggior parte dei casi, che svolgono il proprio lavoro negli uffici di via Cordova a Palermo, lontano da riflettori e ribalte. Il Cga, come detto, si suddivide in due sezioni. A presiedere entrambe è Raffaele Maria De Lipsis, che per la sezione girusdizionale è afficancato da Marco Lipari. Di entrambi i rami del Cga fanno parte i componenti designati dal Consiglio di Stato, cioè i magistrati Antonino Anastasi, Ermanno De Francisco, Gabriele Carlotti, Hadrian Simonetti, Silvia La Guardia e Vincenzo Neri. Cambiano invece i membri designati dalla politica: nella sezione giurisdizionale sono Giuseppe Mineo, Alessandro Corbino e Giuseppe Barone. Della sezione consultiva, presieduta da Claudio Zucchelli, fanno parte i membri laici Giovanni Lo Bue, Salvatore Virzì, Nino Lo Presti (per lui lunga carriera di parlamentare, nel periodo più recente al fianco di Gianfranco Fini a Roma di Raffaele Lombardo in Sicilia) e, appunto Titti Bufardeci ed Elisa Nuara. Scelti dal presidente. Che ha confuso la politica e le amicizie con la giustizia.

