Sigilli a ville, terreni e aziende| Il tesoretto di Riina e donna Ninetta

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19 Luglio 2017, 07:01

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PALERMO – Lo hanno arrestato nel 1993, ma intercettato in carcere si vantava di avere ancora soldi a palate. Una fetta del patrimonio di Totò Riina finora nascosto finisce sotto sequestro.

I carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Palermo e Trapani hanno eseguito un provvedimento emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale su proposta della Procura della Repubblica di Palermo. Le indagini patrimoniali sono il naturale sbocco di quelle che negli ultimi anni hanno colpito il mandamento mafioso di Corleone. Patria, All Stars e Grande Passo sono i nomi delle indagini degli ultimi anni.

I militari hanno così scoperto il tesoretto nascosto di Riina, della moglie Ninetta Bagarella e dei figli, Giuseppe Salvatore, Maria Concetta e Lucia. Sigilli a tre società, una villa, 38 rapporti bancari (ornai quasi del tutto vuoti tranne pochi spiccioli) e, soprattutto, numerosi terreni di cui si è accertata l’attuale disponibilità al capo mafia corleonese.

Punto cruciale dell’indagine è l’evidente sperequazione tra i redditi dichiarati negli anni dai Riina e i beni di loro proprietà. Ai Riina detenuti non sono mai mancati i soldi. A provvedere alle loro esigenze è stata donna Ninetta che, pur non avendo redditi ufficiali, tra il 2007 e il 2013, ha firmato assegni per un valore di oltre 42.000 in favore del marito e dei figli detenuti. Eppure secondo i carabinieri, le sue disponibilità economiche ufficiali erano al di sotto della sussistenza.

Il sequestro comprende la villa di via degli Sportivi, a Mazara del Vallo, uno dei luoghi della latitanza di Totò Riina con famiglia al seguito. L’immobile era intestato a un prestanome e dopo l’arresto del padrino era passata al fratello Gaetano che l’ha occupata ininterrottamente attraverso un fittizio contratto di locazione. Nel gennaio 1984 Gaetano Riina aveva già subito la confisca dell’abitazione a lui intestata, in contrada Banno Miragliano, sempre a Mazara del Vallo, da parte del Tribunale di Trapani. A firmare il provvedimento era stato il giudice Alberto Giacomelli che proprio per questo motivo subì la vendetta dei corleonesi. Lo assassinarono il 14 settembre 1988. Un delitto per il quale Totò Riina è stato condannato all’ergastolo. Le intercettazioni hanno svelato la disputa in corso tra Gaetano Riina e la cognata che rivendicava la proprietà della villa per sé e i suoi figli.

Il provvedimento di sequestro si estenderà alle province di Lecce e Brindisi, dove sono stati localizzati i beni aziendali formalmente intestati a Antonino Ciavarello, genero di Riina. Si tratta delle società Rigenertek, AC Service e Clawstek che si occupano di compravendita di macchine. Le analisi contabili hanno fatto l’esistenza di provviste in nero: 480 mila euro immessi per lo più in contanti ed in numerose tranches nei patrimoni sociali senza alcuna giustificazione legale.

Il Tribunale di Palermo, contestualmente al sequestro, ha inoltre sottoposto ad amministrazione giudiziaria l’azienda agricola dell’ente Santuario Maria Santissima del Rosario di Corleone. Due anni fa si è scoperto che i Riina avevano interessi su 84 ettari di terreno attorno al santuario, intestati alla Mensa arcivescovile di Monreale e alla Parrocchia Santa Maria del Rosario. Le microspie captarono la controversia fra Rosario Lo Bue e Vincenzo Di Marco sulla gestione del pascolo. Era Di Marco a raccontare al nipote che di mezzo c’erano Giuseppe Salvatore Riina (il figlio di Totò che da anni si è trasferito a vivere a Padova dopo avere scontato la sua pena), Ninetta Bagarella (moglie del capo dei capi) e Franco Grizzaffi (fratello di Giovanni). Le incomprensioni su chi dovesse avere il diritto di pascolo, secondo Di Marco, nascevano dalla contemporanea assenza di Bernardo Provenzano (“Binnu”), Salvatore Riina (“Totò”), Leoluca Bagarella (“Luca”) e Giovanni Grizzaffi, da poco scarcerato – come ha raccontato Livesicilia nei giorni scorsi – su cui i boss riponevano grande fiducia per tornare ai fasti del passato. 

La nota dell’Arcidiocesi di Monreale. In riferimento ai fatti che oggi hanno visto l’operazione di sequestro dei beni del capo mafia, Salvatore Riina e del suo nucleo familiare imposto dal Tribunale di Palermo, che anche ha sottoposto ad Amministrazione Giudiziaria l’azienda agricola dell’ente Santuario Maria Santissima del Rosario di Tagliavia, la Diocesi di Monreale si dichiara fiduciosa nell’operato degli inquirenti e disponibile ad una piena collaborazione per fare chiarezza. L’arcivescovo mons. Michele Pennisi, che attualmente sta guidando il pellegrinaggio diocesano al Santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, ha dichiarato: “Confido nell’operato dell’amministratore giudiziario, assegnato dal Tribunale di Palermo, certo che il suo lavoro farà chiarezza su fatti gestionali del passato”.

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19 Luglio 2017, 07:01

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