Gentile Direttore,
Ho letto con attenzione il Suo editoriale dal titolo “L’ora legale e la crisi in Sicilia” che coglie con lucidità il punto più drammatico della fase che stiamo vivendo: non soltanto la crisi della politica, ma la progressiva perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
C’è però un aspetto che merita una riflessione ulteriore. Lei scrive che i siciliani sono stremati e arrabbiati davanti al ripetersi di inchieste, scandali e vicende che minano la credibilità del sistema pubblico, eppure questa rabbia sembra non tradursi più in partecipazione, mobilitazione o pressione civile. È come se esistesse una distanza crescente tra ciò che indigna e ciò che spinge ad agire.
C’è da notare una certa dissonanza rispetto al resto d’Europa dove in altri Paesi migliaia di cittadini scendono in piazza per difendere diritti essenziali, a partire dalla casa, mentre da noi prevalgono l’individualismo, il commento sui social e la rassegnazione. Credo allora che ci sia bisogno di porci alcuni interrogativi: cosa ci impedisce di essere altrettanto reattivi? Come mai siamo diventati bravi soltanto a indignarci davanti a uno schermo, senza trasformare quella rabbia in impegno collettivo?
Forse la risposta sta nella trasformazione profonda della società. Abbiamo smesso di essere comunità e siamo diventati una somma di solitudini. Si vive sempre più isolati, chiusi nelle proprie difficoltà economiche, lavorative e familiari. Si fatica a riconoscersi in un destino comune e, di conseguenza, anche un’ingiustizia pubblica viene percepita come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Quando si spezza il senso di appartenenza, si spegne anche la capacità di reagire.
È questa la vera emergenza civile della Sicilia e dell’Italia. Non l’assenza di motivi per indignarsi, perché di motivi ce ne sono fin troppi, ma l’assuefazione all’indignazione. Gli scandali si susseguono con una frequenza tale da produrre ormai rassegnazione anziché ribellione. Si commenta, si ironizza, ci si scandalizza per qualche giorno e poi tutto torna come prima. Il cittadino finisce per convincersi che nulla possa cambiare e che ogni sforzo sia inutile.
Da questa sfiducia nasce anche il crescente astensionismo. Sempre più persone rinunciano a votare non perché non comprendano la gravità della situazione, ma perché ritengono che il proprio voto non abbia alcun peso. È la forma più silenziosa e più pericolosa di protesta. Una democrazia può sopravvivere agli scandali, ma fa molta più fatica a sopravvivere all’indifferenza.
Per questo la questione morale opportunamente richiamata nel Suo articolo non può essere affrontata soltanto attraverso nuove norme o attraverso il necessario lavoro della magistratura.
Mi soffermo un momento su quest’ultimo: sono diversi i deputati regionali che ogni giorno chiedono notizie sull’operato della magistratura. Dopo le ultime vicende mi chiedo: come si può parlare di cambiamento nei partiti se si confermano le stesse persone e si ripropone la stessa coalizione che ha consegnato decine di indagati, rinviati a giudizio e condannati? Come sia possibile creare nuovi partiti riciclando ceto politico con frequentazioni dubbie dicendo “fino a quando non arriva l’avviso di garanzia…”?
Questo modo di ragionare è tipico di chi ama la Sicilia a parole ma contribuisce al furto di futuro di troppi, al desiderio dei giovani di andare via.
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Occorre ricostruire il tessuto civico, restituire ai cittadini la convinzione che partecipare serva ancora, che la politica non sia una faccenda riservata a pochi professionisti del potere e che il bene comune non sia un’espressione vuota.
Il rischio, altrimenti, è che il prossimo scandalo non susciti nemmeno rabbia. E quello sarebbe il segnale più inquietante di tutti: non una società indignata, ma una società rassegnata. Perché quando un popolo smette di reagire, chi governa non ha più nulla da temere; e quando i cittadini smettono di credere nel cambiamento, la democrazia si svuota lentamente dall’interno.




