PALERMO – Tutto dipende dal giudice per l’udienza preliminare, a cui spetta l’ultima parola. Può accogliere la richiesta di patteggiamento (tre anni e 15 mila euro per i danni) avanzata da Totò Cuffaro oppure respingerla non ritenendola congrua.
C’è un’altra premessa: il patteggiamento non è un’ammissione di colpevolezza. È una scelta che prevede dei vantaggi per l’imputato: la chiusura immediata del processo, la riduzione della pena e, in questo caso, essendo inferiore ai quattro anni, la possibilità di scontarla senza andare in carcere.
Nella vicenda Cuffaro c’è anche la variabile dell’impegno politico a tenere banco. Il patteggiamento è un accordo tra difesa e accusa che va ratificato dal giudice. Nei termini dell’accordo c’è anche la non applicazione a Cuffaro dell’interdizione dai pubblici uffici.
Ed ecco il tema che va oltre le aule dei Tribunali. Per l’ex governatore il patteggiamento proposto dagli avvocati Giovanni Di Benedetto e Marcello Montabano rappresenta un’uscita di scena politica, al lordo della sua capacità di indirizzare il voto? L’interdizione dai pubblici uffici era scattata dopo la condanna per avere favorito la mafia.
“Non farò più politica”, aveva detto più o meno così l’ex presidente lasciando il carcere di Rebibbia. In cuor suo, però, la pensava diversamente se è vero come è vero che ha iniziato la trafila per ottenere la riabilitazione che lo ha addirittura reso di nuovo candidabile.
Cuffaro non si è più candidato in prima persona, ma ha scelto di muovere i fili. La sua Democrazia Cristiana ha raccolto voti e piazzato uomini nei governi delle città e della Regione Siciliana.
È tornato ad essere decisivo nelle maggioranze, seppur lontano dai fasti elettorali di un tempo. La condanna per questioni mafiose non ha più rappresentato un problema di fronte al “riabilitato” e “ravveduto Cuffaro”. Mafiosità che ha giustamente continuato a tenere banco negli anni, finendo però per annichilire la necessaria critica nei confronti di una stagione politica di cui Cuffaro è stato l’uomo forte.
Ora chiede di patteggiare per le accuse di corruzione (le domande spifferate in anticipo ad una candidata al concorso per la stabilizzazione del personale sanitario dell’ospedale Villa Sofia che andò a trovarlo nella casa dove le microspie registrarono tutto) e traffico di influenze nell’ambito di un appalto bandito dall’Asp di Siracusa.
All’inizio la Procura di Palermo gli contestava l’ipotesi di associazione a delinquere: il sistema Cuffaro come reato. Un’accusa venuta meno, ma le intercettazioni restano lì a ricordare che Cuffaro si è seduto al tavolo della spartizione politica di nomine e incarichi. Non è stato l’unico e il fatto di spingere per la nomina di propri uomini nelle stanze dei bottoni fa parte delle abitudini malsane della politica di cui non ci si riesce a liberare, ma non è materia penale.
A meno che non ci sia un do ut des che diventa reato, come viene contestato per il caso del concorso. La conferma del manager Roberto Colletti e del primario Antonio Iacono (candidatura infine mai avanzata), della commissione di esame fu il presidente, avrebbero fatto parte del patto corruttivo.
Finita di scontare la nuova condanna (tre anni, di cui quasi sei mesi già trascorsi agli arresti domiciliari dove si trova tuttora) ai lavori di pubblica utilità in una onlus, in teoria Cuffaro potrebbe candidarsi e continuare a far pesare il suo peso politico. Dopo una condanna per favoreggiamento alla mafia e rivelazioni di segreto d’ufficio e un patteggiamento per corruzione e traffico di influenze forse è troppo anche per un ‘animale politico’ come lui, venerato persino quando era caduto nella polvere.
Adesso si attende la decisione del giudice per l’udienza preliminare Ermelinda Marfia.

