Una mattina al Malaspina | Immaginando la libertà - Live Sicilia

Una mattina al Malaspina | Immaginando la libertà

Coi ragazzi dell'istituto di pena minorile palermitano per parlare di libri.

Carceri
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La libertà può avere la forma e la consistenza di un cucchiaio. O di una forchetta. Anche se fa quasi sorridere a dirla così. Eppure di divertente non c’è davvero nulla quando un ragazzo di sedici anni ti dice che gli mancano le posate, nel senso che ne ha nostalgia. Perché in un carcere minorile, le posate di casa non entrano, si usano solo quelle di plastica. “Quando uscirò, la forchetta e il coltello mi sembreranno pesantissimi”, dice con un sorriso furbo uno degli ospiti del Malaspina.

Qui, nel carcere minorile di Palermo, sono reclusi 23 ragazzi. Non sono tutti minorenni, ormai negli istituti penitenziari minorili si trovano giovani fino ai 25 anni, se hanno commesso il delitto da minorenni. Più della metà degli ospiti sono italiani, non mancano gli stranieri. Ci sono anche i giovani reclusi spediti qui da altre province, anche dal Nord Italia, dove gli istituti non hanno più posto.

Dentro, i muri potrebbero sembrare quelli di una scuola. Ci sono cartelli variopinti, disegni, schede che riassumono argomenti didattici, come la storia del pianeta Terra o l’educazione civica. Ma poi ci sono le sbarre, a ricordarti che questa una scuola non è. Quelle porte e quelle finestre senza maniglie, che non puoi aprire liberamente.

La vita dei ragazzi qui dovrebbe puntare alla loro rieducazione, a un reinserimento nella società che li tenga lontani dagli errori, anche gravi, che li hanno portati tra queste mura. Anche se, con un certo stupore, apprendiamo che non esiste una statistica precisa sul grado di recidiva degli ex ospiti del carcere.

Michelangelo Capitano, direttore del Malaspina, ci accoglie nel suo ufficio per un’occasione particolare. Insieme ad altri tre co-autori, Alli Traina, Eleonora Lombardo e Paolo Siena (curatore del volume), entriamo nell’istituto per incontrare i ragazzi e parlare con loro di libri. In particolare della raccolta di racconti “Palermo fuori dai vetri”, 28 storie di altrettanti scrittori palermitani che raccontano un pezzo di città, quello che vedono dalla loro finestra.

Qui dalla finestra, al massimo si vede l’orto, che i ragazzi coltivano, e il parco giochi per quei reclusi che hanno figli che vanno a trovarli. C’è anche una bella palestra, piena di attrezzi. E una biblioteca colma di libri, racconta il direttore. È già qualcosa. “Abbiamo una piscina, stiamo cercando di renderla fruibile anche nei mesi invernali e aprirla al pubblico per permettere ai ragazzi di lavorare come bagnini”, spiega Capitano.

Insegnare un mestiere ai ragazzi è una delle cose che si possono fare per alimentare la speranza che la permanenza in carcere per loro non sia la prima di una serie. Con questo spirito ha preso corpo proprio in questi locali un biscottificio. Il nome è tutto un programma, “Cotti in fragranza”. Il progetto tra pubblico e privato è portato avanti da una cooperativa sociale, Rigenerazioni, insieme all’istituto. Alcuni dei ragazzi sono impiegati in questa attività e c’è chi una volta uscito è rimasto a lavorare, due ragazzi per la precisione, producendo biscottini allo zenzero, al mandarino e al cioccolato. Si chiamano “Buonicore”, “Coccitacca”, “Parrapicca”. Molto buoni, per la verità. Li vendono nella grande distribuzione in Sicilia e arrivano anche degli ordini da soggetti istituzionali. È una delle attività messe su nell’istituto. I ragazzi qui vanno a scuola, fanno anche teatro (l’anno scorso hanno portato in scena un recital scritto dagli stessi detenuti, che hanno curato luci e suoni), imparano un mestiere. Soprattutto quelli che si fermano più a lungo. “E’ difficile trovare lavoro, se poi hai precedenti non ne parliamo”, osserva Capitano. Che con amarezza annota come i corsi di formazione per i giovani reclusi abbiano patito i ritardi e lo stallo in cui il sistema formativo regionale, l’Avviso 8 in particolare, è piombato negli ultimi anni. Ci sono i corsi professionalizzanti realizzati coi fondi del dipartimento della Giustizia minorile, dove i ragazzi imparano il mestiere di giardiniere, muratore, fabbro e falegname. E non è raro che i ragazzi chiamino l’istruttore “zio”, racconta il direttore.

L’incontro con i ragazzi avviene in un’aula didattica, insieme a insegnanti ed educatori. L’iniziativa si chiama “Ora tu cuntu”, arrivata al suo sesto anno, che ha visto varcare la soglia del Malaspina diversi scrittori.

I sorrisi complici tra vicini di posto, i bisbigli divertiti, le sopracciglia ad ali di gabbiano, le scarpe da tennis e i jeans strappati, tutto fa pensare a una classe di un istituto superiore che partecipa a un’iniziativa organizzata dalla scuola. Ma non è così. Qui non si organizza l’uscita del sabato sera. Non si passano ore a guardare i video di Youtube. Non si messaggia col cellulare, che non può entrare al di là della porta pesante che separa il mondo di fuori dai corridoi dei reclusi. Qui la vita passa piano, pensando a quello che è rimasto fuori. “Alla famiglia”, prima di ogni cosa, concordano tutti i ragazzi.

Una certa aria tesa iniziale, dovuta a un momento di tensione tra detenuti risalente al giorno prima, si scioglie. Affiora qualche sorriso. E così si finisce a parlare per un’ora di immaginazione, di “evasione”, ma senza lenzuola calate dalla finestra, e di ricordi. Di quella finestra lasciata a casa e di ciò che si vedeva da lì: una scuola, una strada, le montagne di un Paese lontano. E al di qua delle sbarre per un attimo si risentono i rumori di una piazza, gli odori del cibo di casa. È il mondo “di fuori”. Quello che puoi inseguire con la fantasia immergendoti nelle pagine di un libro, per riempire un tempo che scorre lento. Quello delle finestre con le maniglie. Quello in cui le posate non sono solo di plastica.


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