Verso il 25 Novembre: riflessioni sulla violenza contro le donne

Verso il 25 Novembre: riflessioni sulla violenza contro le donne

Emergenza permanente e un impegno a contrastarla che non deve fermarsi mai
IL PARERE DELLA PSICOLOGA
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6 min di lettura

Ogni anno, a novembre, si parla molto e più del solito di “violenza contro le donne”. 

Le campagne si intensificano, le istituzioni rilanciano i dati del fenomeno, i media aprono spazi di confronto, le piazze si colorano di rosso. Questo periodo diventa il fulcro di iniziative, testimonianze ed approfondimenti di ogni genere sul tema in oggetto.

Ma la verità è che tutto ciò non dovrebbe appartenere ad un mese specifico, né ad un giorno o ad una una ricorrenza: la violenza contro le donne è una ferita che attraversa l’intero anno, vive nelle storie quotidiane, nelle relazioni, nei silenzi che molte donne portano con sé.

È un dolore che non ha calendario, un’urgenza che non conosce pause.

Novembre offre l’occasione per fermarsi, riflettere e nominare questo fenomeno con più forza rispetto agli altri giorni, ma parlarne non può essere un appuntamento annuale, né può intensificarsi solo quando si verificano certi eventi drammatici di cronaca, per poi placarsi nuovamente.

Deve piuttosto diventare un impegno continuativo, una responsabilità collettiva, un esercizio quotidiano di consapevolezza che va messo in atto da ciascuno di noi.

Le radici culturali del fenomeno

La violenza contro le donne è un fenomeno molto complesso che non nasce dal nulla, ma affonda le proprie radici in trame culturali, narrazioni familiari e pratiche sociali che modellano ciò che che si intende per amore, potere e rispetto.

Conoscere e approfondire queste radici è molto importante per capire perché questo fenomeno continua a riprodursi, così da poter intervenire a monte sui contesti che lo determinano e continuano ad alimentarlo.

Modelli di genere e residui di patriarcato

In diverse culture permangono purtroppo ruoli di genere “rigidi”. Uomini e donne vengono ancora percepiti come naturalmente destinati a compiti, spazi e gradi di autorità differenti.

In alcuni contesti questo modello è esplicito e dichiarato apertamente. Ci sono regole sociali o religiose che sanciscono chi decide, chi obbedisce, chi può uscire da solo, chi deve occuparsi della casa, chi detiene il controllo economico.

In altri contesti, tra cui le società più moderne e apparentemente paritarie come la nostra, questi stessi ruoli non vengono più proclamati a voce alta. Ma sono “mascherati”. Si manifestano in aspettative implicite, battute che minimizzano, stereotipi interiorizzati, dinamiche familiari che si riproducono senza essere messe in discussione.

Anche se non ci sono delle regole scritte, permane il copione. L’uomo che “naturalmente” prende le decisioni importanti, la donna che “per indole” si occupa della cura, la gelosia considerata un segno d’amore. L’idea che “certe cose agli uomini si perdonano”…

“Normalizzazione” dell’asimmetria uomo/donna

È proprio questa forma mascherata a rendere il fenomeno ancora più insidioso. Poiché opera sotto traccia, “normalizzando” squilibri che spesso non vengono riconosciuti come tali, ma vissuti come naturali o inevitabili.

Un sistema di credenze, piú o meno dichiarate, che assegna potere e valore maggiori agli uomini, normalizza un “rapporto di asimmetria” che può trasformarsi in controllo e abuso. Legittimando atteggiamenti possessivi, ed indebolendo il concetto di relazione come spazio di libertà reciproca.

Quando il potere è infatti considerato un diritto maschile, la trasgressione di certi ruoli da parte delle donne (ad esempio un’autonomia economica o decisionale) viene percepita come minaccia, e può scatenare tentativi di riconquista del controllo.

Ed è cosí che, in questi casi, lí dove nasce un legame, può insinuarsi un controllo che lentamente si trasforma in isolamento, svalutazione, paura.

Legittimazione sociale e silenzio collettivo

La violenza sopravvive dunque anche perché è spesso mascherata, non apertamente riconosciuta, minimizzata e tollerata.

Questo crea un terreno fertile in cui il fenomeno può continuare a mantenersi e crescere quasi indisturbato, perché quando un modello culturale diventa invisibile, è ancora più difficile intervenire per provare a modificarlo.

In molte situazioni è infatti la società stessa che contribuisce a “legittimare” alcuni comportamenti violenti, non avendo piena coscienza del vero significato di certe condotte inconfutabilmente condannabili,

colpevolizzando la vittima (“se l’è cercata”, “perché non ha denunciato prima?”), banalizzando l’accaduto (“in tutte le coppie si litiga”, “sono cose che succedono”), o preferendo non intromettersi per preservare la privacy dei soggetti coinvolti in certe dinamiche pericolose.

Queste narrazioni non solo sminuiscono la gravità dei comportamenti, ma spostano la responsabilità sulla vittima, generando confusione, senso di colpa e isolamento.

Ed il silenzio sociale diviene anch’esso, di fatto, una forma di legittimazione che rende più difficile la denuncia e riduce la pressione sui veri responsabili.

Diventa esso stesso una forma di protezione dell’abuso, in quanto la violenza che viene percepita come un problema privato, perde visibilità e dunque possibilità di essere contrastata.

“La violenza contro le donne, nelle sue forme fisiche, psicologiche, economiche e culturali, non è un fatto privato: è un fenomeno sociale che riguarda tutti noi”.

Prevenzione attraverso un cambiamento culturale

La violenza di genere non può essere affrontata soltanto con strumenti repressivi o con l’intervento degli esperti: richiede un “cambiamento culturale profondo”.

Servono parole nuove, relazioni più rispettose, una sensibilità capace di riconoscere e contrastare le dinamiche di dominio anche quando appaiono “normali”.

Perché la violenza spesso comincia già nei piccoli soprusi quotidiani, nelle forme sottili di controllo, nelle frasi che limitano, giudicano, svalutano.

Quando si pensa alla violenza, spesso vengono in mente episodi eclatanti, quelli che finiscono sui giornali, ma il processo inizia molto prima, in maniera subdola e graduale. In parole che sminuiscono, in un controllo che si fa sempre più forte, in una libertà che lentamente si restringe.

Ecco che allora la prevenzione è anche e soprattutto un movimento culturale che deve riguardare il linguaggio che viene usato, i modelli che vengono proposti, il modo in cui si racconta l’amore, la gelosia, il rispetto, la libertà. 

Passa dall’educazione emotiva, dal rispetto delle diversità, dalla predilezione di modalità relazionali basate sulla reciprocità, e dalla condanna di quelle basate sul potere.

Significa far crescere i giovani in contesti in cui siano valorizzati l’empatia, il dialogo e la libertà personale. Educando al rispetto, alla gestione delle emozioni, alla parità, alla possibilità di dire “no” senza paura.

Significa insegnare agli adulti a negoziare i conflitti senza ricorrere alla svalutazione o al controllo, a considerare il rapporto con il proprio partner come un incontro tra due libertà. Non come un terreno di conquista e di prevaricazione.

Cosa fare concretamente in prima persona?

Il 25 novembre è un faro che ricorda l’urgenza di questo tema, ma la lotta alla violenza di genere non può limitarsi ad una giornata, nè ad un unico mese di particolare sensibilizzazione. 

È una responsabilità quotidiana che si manifesta attraverso le parole che ogni giorno vengono usate. Le relazioni che si costruiscono. Gli aspetti che di esse vengono tollerate. La capacità di non ignorare ciò che si vede -anche quando é scomodo-. Le modalità in cui si sostiene chi trova la forza di chiedere aiuto.

Ogni gesto di rispetto, ogni parola che smonta un pregiudizio, ogni relazione costruita sulla parità è un tassello di questo cambiamento.

Educare a tutto ciò è un investimento sul futuro.

[La dott.ssa Pamela Cantarella è una Psicologa Clinica iscritta all’Ordine Regione Sicilia (n.11259-A), libera professionista e specializzanda in Psicoterapia ad orientamento Sistemico-Relazionale]


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