In una Palermo segnata (anche) da profondi contrasti sociali l’arcivescovo Corrado Lorefice si distingue quale figura carismatica e vicina agli ultimi. È un pastore che evita i palazzi e i riflettori per scendere nelle strade, nei vicoli dimenticati e nelle zone simbolo di abbandono e sofferenza.
Nominato da Papa Francesco nel 2015 ha impresso alla sua guida pastorale un segno inequivocabile, il Vangelo vissuto concretamente, con sollecitazione prioritaria verso le periferie esistenziali e urbane della città. La sua scelta fu percepita quasi come “irrituale” provenendo da una piccola parrocchia della diocesi di Noto.
L’esempio di Biagio Conte
Profondamente influenzato dall’esempio di fratel Biagio Conte, il missionario laico palermitano scomparso nel 2023, Lorefice ha posto al centro del suo alto ministero l’urgenza di stare accanto ai poveri, agli esclusi e a chi non ha voce. Il suo stile è diretto, visite frequenti nei quartieri difficili, Messe celebrate in contesti di grande fragilità, denunce ferme contro la mafia, l’indifferenza delle istituzioni e l’abbandono delle periferie.
Lo Zen, quartiere edificato negli anni Settanta e oggi emblema nazionale di degrado e criminalità, è divenuto la bussola del suo peregrinare. A fine dicembre 2025, quando la parrocchia San Filippo Neri è stata oggetto di ripetuti atti intimidatori con spari al portone della chiesa, Lorefice ha reagito con decisione, ha condannato ogni forma di violenza, ha parlato di un “disagio profondo” invitando a resistere con dignità. Poi, il 6 gennaio 2026 è tornato lì per celebrare la messa, lanciando un appello incisivo: “Lo Zen deve rinascere, perché si possa viverci con serenità. Se continuiamo ad abbandonare le periferie lasciamo campo libero alla malavita”.
Ha definito lo Zen “un ghetto che noi stessi abbiamo creato”, evocando una responsabilità collettiva. Di fronte alle intimidazioni ha affermato: “Chi ostenta violenza è solo un debole, un codardo”. Non si limita, insomma, a parole di circostanza, piuttosto offre una presenza vibrante senza orpelli e formalità.
E la Chiesa?
Ma la Chiesa di Palermo è altrettanto missionaria? Attenzione, oggi non possiamo più identificare la Chiesa solo con il Papa, i vescovi, i preti e i religiosi, come prima del Concilio Vaticano II, la Chiesa è il popolo di Dio, l’insieme, cioè, di tutti i battezzati. I laici, in particolare, hanno il dovere di rendere visibile e credibile la fede attraverso l’operosità nel quotidiano.
La domanda, allora, si fa più radicale. Esiste un impulso missionario diffuso tra i credenti palermitani o prevale ancora una pratica religiosa comoda, di mera apparenza e scollegata dalle questioni drammatiche della città? L’arcidiocesi sta cercando di rispondere. Lo spirito sinodale, le attività di accoglienza dei migranti e il lavoro della Caritas testimoniano un impegno reale che supera la cattedrale per raggiungere gli angoli più remoti della metropoli. Eppure, le criticità sono evidenti.
Lorefice stesso ha più volte invitato i cittadini a un voto responsabile, denunciando l’inerzia e la distanza della politica locale dai problemi della gente. In realtà, la Chiesa palermitana deve ancora confrontarsi con una società fortemente secolarizzata e con quartieri marginali ed emarginati dove persino la virtuosa presenza ecclesiale subisce aggressioni. La parrocchia San Filippo Neri, guidata da padre Giovanni Giannalia, rimane un avamposto di resistenza mentre gli episodi di violenza ricordano che il percorso è lungo.
In conclusione, Palermo ha la grazia di un arcivescovo missionario, appassionato e profetico. La comunità ecclesiale locale mostra segni incoraggianti di risveglio, apertura e solidarietà. Il nodo cruciale, però, resta uno: riusciremo a trasformare le denunce e le lodevoli attività dei parroci in prima linea, dei volontari, della maggioranza delle persone perbene in cambiamenti strutturali duraturi? Perché solo così, oltre gli indispensabili interventi repressivi, Palermo potrà superare i suoi ghetti e la comunità ecclesiale riscoprire una fede viva e incarnata capace di ricomporre il volto sfregiato della città.

