San Giuseppe Jato, mafia, pizzo e droga: 5 condanne

San Giuseppe Jato, mafia, pizzo e droga: 4 condanne NOMI

La famiglia mafiosa avrebbe messo le mani su una serie di appalti

PALERMO – Mafia, pizzo e droga. Quattro condanne al processo in abbreviato che vedeva imputati uomini arruolati, secondo l’accusa, nel mandamento di San Giuseppe Jato e San Cipirello. Erano finiti in carcere nel blitz dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Palermo, dello scorso ottobre.

Accolte le richieste dei pubblici ministeri Bruno Brucoli, Dario Scaletta e Federica La Chioma.

Queste le condanne inflitte dal giudice per l’udienza preliminare Maria Cristina Sala con lo sconto di un terzo della pena: Calogero Alamia 12 anni, Maurizio Licari 8 anni e 4 mesi, Giovanni Nicola Simonetti 3 anni e 6 mesi, Nicusor Tinjala 6 anni e 8 mesi. Risarcimento del danno riconosciuto a Sos impresa e Solidaria.

Nei confronti degli imputati, difesi dagli avvocati Giuseppina Gangi, Jimmy D’Azzò, Enzo Giambruno, Alessandro Campo, Eolo Magni e Andrea Oddo, sono cadute alcune aggravanti.

Per fare cassa la famiglia mafiosa avrebbe messo le mani su una serie di appalti, anche a Palermo, rispettando la regola della “messa a posto” che va versata a chi comanda nella zona del cantiere. E poi c’è la droga, in particolare lo spaccio di hashish: affari in corso fra i mandamenti palermitani di Santa Maria del Gesù e Porta Nuova e quello di San Giuseppe Jato.

All’indomani dell’arresto di Ignazio Bruno, capo del mandamento mafioso, e del suo autista e consigliere Vincenzo Simonetti, anche dal carcere i due avrebbero mantenuto i contatti con l’esterno. In particolare, con Calogero Alamia, (nipote di Antonino Alamia, che un tempo era stato il cassiere del mandamento mafioso, attualmente detenuto), a cui cui viene contestato il ruolo di promotore dell’organizzazione a partire da luglio del 2018.

Un altro gruppo di imputati viene giudicato in ordinario.


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