Il sogno è finito

Il sogno è finito

Il sogno finisce al settantunesimo e rotti di una partitaccia da vilipendio calcistico. Ma se questa retrocessione annunciata fosse un giallo, il nome del colpevole sarebbe stato chiaro fin dalla prima pagina.

DRAMMA ROSANERO
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PALERMO- Ricordiamocelo il minuto settantuno e rotti di Palermo-Siena. Quell’ora, appesa al pendolo delle anime tifanti infrante, indica la fine del sogno. Memorie del taccuino. L’arbitro ha appena fischiato un rigore in favore del Siena. Rosina appoggia con una soffice stilettata. E’ il punto che segna il crollo di un monumento. Presto – a meno di miracolosissimi miracoli – il Palermo in serie A sarà un mucchio di cenere. Una visione annerita. Un quadro di Leonardo scempiato dalle forbici di un presidente che tanto pennello e tanta moneta aveva dispiegato per dipingerlo.

La mente sportiva di Maurizio Zamparini resterà un mistero doloroso. I critici lo accusano di disimpegno, di pochezza di mezzi sulla curva finale. Eppure, parliamo di un patron che ha scialacquato miliardi, con le figurine Panini dei mister. Basterebbe il disgraziatissimo anno in corso. Prima Sannino, poi Gasperini, poi Malesani, poi di nuovo Gasperini. Tre medici pietosi, tre primari con idee nemiche, chiamati al capezzale di un malato che non ha mai dato il benché minimo cenno di risveglio. Né avrebbe potuto. La sconfitta col Siena lo ha certificato con un marchio di fuoco: i rosanero compongono la squadra tecnicamente più scarsa della serie A.
I giocatori – lo scriviamo a rischio di fischi e pernacchie – vanno scusati. In qualche circostanza sono stati moralmente ammirevoli. Lo è stato Santiago Garcia sempre pronto a rialzarsi dopo l’ennesimo scivolone, gravato da tonnellate di improperi. Lo è stato Boselli, ingobbito centrattacco di corsa e cuore. Purtroppo non è lecito aspettarsi che si cavi il sangue dalle rape, né che Santa Rosalia scenda di tanto in tanto dal monte per segnare, riscattando l’anemia di un attacco ridicolo. Se compri tra Cesena e Novara per allestire una nave capace di resistere ai livelli massimi del pallone, non puoi lamentarti quando arriva l’iceberg dritto in faccia. Chi si affida al Titanic, va fatalmente a sbattere.

E dunque Zamparini. L’artefice e il dissolutore. Il demiurgo e il dinamitardo. L’architetto e il bombarolo di se stesso. Ci ha dato tanto e ci ha tolto tutto. Ha allestito un insieme calcistico imbarazzante. Ha sbagliato con gli allenatori. Ha strappato, domenica dopo domenica, una gemma dal suo capolavoro, per darla in pasto ai cani, spendendo peraltro fiumi di quattrini. Se la storia di una retrocessione annunciata fosse un giallo, non ci sarebbero palpiti. L’identità dell’assassino è stata lampante fin dalla prefazione.

Il disastro era nell’aria già dopo Roma, dopo la finale persa con l’Inter. Il clima di smantellamento risaltava agli occhi di chi non voleva vedere e alle orecchie di chi non voleva sentire. Da allora ha avuto inizio un sottile e implacabile disamoramento che culmina in un probabilissimo ritorno all’inferno. Tuttavia, la colpa di Zamparini è anche maggiore dell’ignavia di chi si è arreso. Non riusciamo a perdonargli lo scippo della passione e dell’amore. Il sor Maurizio si è comportato da brutale padrone. E ha preferito soffocare la sua creatura, piuttosto che dividere la scena con altri protagonisti che gli facessero ombra. Si è atteggiato a monarca assoluto. Perciò è giusto adesso scrivere che questa catastrofe calcistica è il suo assoluto fallimento: il capolinea di un friulano cocciuto che, per molto tempo, è stato riverito e acclamato come un autentico palermitano da una curva adorante.

Il sogno è finito al settantunesimo e rotti di una partitaccia da vilipendio pallonaro. E’ la sintesi impietosa della cronaca. La storia dirà che era già morto e stecchito. E certo, forse, invece, si perdona tutto e tutto si scusa. Però io non riesco a perdonarti, presidente amato in giorni ormai remoti, per un solo peccato mortale. Tornando a casa ho incontrato il mio amico E. che è rimasto tale e quale ai suoi dodici anni per una malattia, così ragiona e sente da ragazzino immerso in una eterna primavera. Per E. Miccoli è un fratello maggiore da poster in camera, il ‘Barbera’ scintilla con le luci di un presepe dentro le sue pupille adolescenti.

L’ho rivisto accanto al mio portone con la sciarpa rosanero avvizzita, con le lacrime sulle guance. Povero E. Non se lo meritava. Non si meritava questa pugnalata di gelo nella mitezza del suo marzo fiorito.


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